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Dalla spending review alla riforma (vera) della Farnesina
19 ottobre 2012

Lo shock di luglio ha colpito duro alla Farnesina. Ora si tratta di alzarsi dal tappeto e riconquistare il centro del ring.

L'esito nefasto della discussione parlamentare sul decreto della spending review, con l'applicazione anche al Ministero degli Esteri dei tagli di risorse umane e finanziarie decisi dal Governo, ha reso evidente a tutti la crisi di autorevolezza e di prestigio di cui non da oggi soffre la Farnesina. [...]

Un Paese come l'Italia, in cui le esportazioni pesano all'incirca per un quarto sul PIL nazionale, non può permettersi di rinunciare a una struttura cruciale di sostegno e di promozione dell'internazionalizzazione, quale la rete diplomatico-consolare del Ministero degli Esteri. Una rete che resta una delle maggiori al mondo: 310 sedi all'estero, al pari di Spagna e Federazione Russa, ben più della Germania (226), del Giappone (227) e degli stessi Stati Uniti (275). Solo Francia (436) e Gran Bretagna (459) vantano un numero maggiore di sedi all'estero. L'Italia, che dispone di 123 Ambasciate e 9 Rappresentanze permanenti, condivide con Francia e Spagna il primato nel numero delle sedi consolari (90) ed è seconda, al pari della Spagna, solo a Gran Bretagna (191) e Francia (161) nel numero di Istituti di Cultura (87).

A fronte di questa importante presenza in tutti i cinque continenti, il bilancio degli Esteri, pari a 1,68 miliardi di euro prima dei tagli decisi a luglio, è ritornato a livelli assoluti inferiori a quelli del 2001 ed è in caduta libera in termini relativi (rispetto al bilancio dello Stato): mai prima d'ora si era arrivati al di sotto dello 0,2%. I nostri partner internazionali dedicano alla politica estera stanziamenti ben superiori: la percentuale di bilancio del Quai d'Orsay è dell'1,78%; quella del Foreign Office è dello 0,3%; la Germania dedica alla politica estera l'1,1% del bilancio statale; la Spagna lo 0,75% e l'Olanda addirittura il 2,5%.

Corollario a queste cifre, l'insostenibilità di una siffatta rete diplomatico-consolare a fronte delle continue riduzioni operate non solo delle dotazioni di bilancio ma anche di quelle delle risorse umane. Negli ultimi sei anni (2006-2011) si è verificata una riduzione complessiva del numero dei diplomatici, passato da 994 a 916 unità (-8%). Ancor più drastica la diminuzione delle restanti categorie del personale di ruolo, passate da 4.118 a 3.388 unità a seguito dei prepensionamenti e del blocco delle assunzioni, per una percentuale di riduzione del 18%.

Sommando al personale di ruolo il contingente di contrattisti e il personale proveniente da altre Amministrazioni, il dato totale del personale che lavora per il Ministero degli Esteri ammontava nel 2011 a 7.912 unità. Numeri ben lontani dalle 15.024 unità di personale del Quai d'Orsay, e dalle 13.218 unità del Foreign Office, per non parlare delle 69.025 unità degli Stati Uniti. Ma nemmeno paragonabili pure alle 13.450 unità di personale della Germania, alle 11.382 del Giappone e alle 11.658 della Federazione Russa. Solo la Spagna, tra i Paesi presi in esame in questi raffronti, presentava nel 2011 una dotazione di personale inferiore, con le sue 7.275 unità.

Questo deficit di personale, assommato a quello delle dotazioni finanziarie, già aveva compromesso prima di quest'estate il perfetto funzionamento delle strutture della politica estera italiana, sancendo l'impossibilità di garantire l'equilibrio tra le ambizioni di un Paese desideroso di giocare un ruolo di primo piano sull'intero scacchiere mondiale e risorse non paragonabili a quelle degli altri attori internazionali.

Su questo quadro già compromesso si abbatterà ulteriormente il taglio di organici deciso dal decreto sulla spending review del luglio scorso, che imporrà un ulteriore riduzione del 20% delle dotazioni organiche del personale dirigenziale del Ministero degli Esteri e del 10% di quelle del restante personale. Ergo, l'impossibilità di garantire la gestione della rete diplomatico-consolare così come stato sinora.

La carriera diplomatica italiana e in primis il Sindacato al quale aderiscono i tre quarti dei suoi membri hanno il dovere di non rimanere silenti spettatori di questa deriva. Essi devono farsi promotori di una profonda riflessione sulle strutture e gli strumenti della politica estera italiana, che porti da un lato a una rimodulazione di obiettivi e compiti e, dall'altro, a una nuova configurazione dei mezzi a disposizione per raggiungerli. E' necessario che la spending review, lungi dal rappresentare la pietra tombale sulla funzionalità e le delle strutture della politica estera, divenga l'occasione maestra per una profonda revisione della Farnesina e il mezzo per attuare finalmente una riforma anche dei contenuti al Ministero degli Esteri, senza limitarsi ai meri contenitori.

ottobre 2012