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Bonino: «Non siamo un outlet, ma un buon investimento»
13 gennaio 2014

Tra la “sirena stanca”, lo “squalo famelico” e il “delfino intelligente”, Emma Bonino per l’Italia sceglie decisamente la terza immagine. La prima l’ha usata Sir Martin Sorrell, presidente dell’International Business Advisory Council (Ibac) per descrivere il modo in cui oggi viene percepito nel mondo il nostro Paese. La seconda è quella che alcuni ci consigliano per invertire la rotta e tornare ad attirare investimenti dall’estero. Ma è il delfino, spiega il Ministro degli esteri, l’animale cui ispirarsi: «Robusto, agile, intelligente e molto elegante, esprime bene la nostra identità».

Venerdì scorso, Bonino ha ospitato alla Farnesina una riunione dell’Ibac, l’organismo composto dai top manager di grandi multinazionali e fondi sovrani, che ha la funzione di suggerire «best practises» per attirare investimenti, migliorare la qualità della vita, sviluppare tecnologie e infrastrutture, in modo da rendere più competitiva un’area a livello internazionale. era però la prima volta che un incontro del Council fosse dedicato non a una città, com’è successo in passato per Londra o Roma, ma a un sistema Paese, in collaborazione con il governo nazionale.

«E’ stata una discussione molto franca – dice Emma Bonino nell’intervista al CorrierEconomia -. Per esempio gli investitori già presenti in Italia hanno sottolineato gli aspetti positivi della loro permanenza. gli altri hanno apprezzato il nostro progetto Destinazione Italia, perché ne condividono l’individuazione delle criticità e le soluzioni indicate per cominciare a superera quelle più importanti. Com’è noto, anche grazie alle indicazioni ricevute dalla consultazione online abbiamo deciso di privilegiarne 10 su 50 cercando di affrontarle in tempi rapidi. Sette di queste sono già state oggetto di normative del decreto legge di dicembre. Il dibattito ha confermato che c’è consenso su quali siano i problemi».

Ce li elenca in ordine di importanza?

«In generale, secondo Sorrell, l’ostacolo principale è la rigidità del mercato del lavoro. ma in tanti hanno messo l’accento sull’incertezza totale di tempi e procedure, prima ancora della burocrazia: quanto dura una pratica, quanto ci vuole per avere un permesso o un’autorizzazione. a tal proposito, la cosa più apprezzata è stata la riforma della conferenza dei servizi prevista dal decreto. l’altra questione emersa è che, oltra ad un maggior coraggio da parte degli investitori ce ne vorrebbe di più anche da parte dei nostri, che non sempre sono disposti al rischio e preferiscono aree, per così dire, protette».

Si è parlato di resistenza di alcuni poteri all’ingresso di investitori stranieri in Italia. ne abbiamo avuto esempi con Finmeccanica e il progetto di vendere alcuni asset importanti come Ansaldo Energia, o con l’annuncio del governo di vendere quote residue di Eni o Enel. dove si annidano le resistenze più forti?

«Non c’è dubbio che sia parte della cultura di questo Paese l’idea che occorra una forte industria di Stato. Se chiedi in giro quali siano i cosiddetti settori sensibili, in pratica tutti i comparti sembrano esserlo. La scorsa estate, quando Loro Piana decise di vendere e nella stessa settimana venne annunciata la vendita di Cova, la storica pasticceria di Milano, la reazione ci fu: ci rubano i gioielli. e’ quella che io chiamo la sindrome di Fort Apache, al cui opposta sta un’altra sindrome tipicamente italiana: quella dell’outlet, prego venite, compratevi tutto. l’Italia ha sempre oscillato tra questi due estremi. Non sarà facile cambiare mentalità, specialmente in tempi di crisi. Ma occorre far avanzare una nuova cultura, che vede anche nella vendita la possibilità di valorizzare i nostri asset. E le resistenze non vengono solo da sinistra. non è che la destra sia stata così liberale in Italia. Guardi alle municipalizzate».

Sorrell ha parlato di una buona strategia, sottesa a Destinazione Italia, ma di problemi ancora da risolvere quanto a struttura e comunicazione. come ci muoviamo?

«Prevediamo per esempio di avere un dipartimento di Invitalia dedicato solo all’attrazione di investimenti».

E quale sarà il ruolo delle nostre Ambasciate?

«Noi cerchiamo di far passare il concetto che una cosa è l’export e un’altra è attrarre investimenti in Italia. Comportano due professionalità diverse. riorganizzare e riorientare la rete diplomatica non significa trasformare gli ambasciatori in piazzisti, ma affiancarli con figura professionali, che siano specificamente preparate a convincere gli investitori stranieri della bontà del rischio Italia. Potrebbero per esempio non essere diplomatici di carriera, dislocati in alcuni mercati strategici, facilmente individuabili. E non parlo solo dei Brics, ma anche di Paesi come l’Angola e il Senegal in Africa, o la Birmania in Asia».

L’instabilità politica è stata citata come una delle preoccupazioni dei potenziali investitori in Italia. che tipo di rassicurazioni avete dato lei e il premier Letta?

«Nessuno può garantire nulla. la situazione italiana è quella che è. Ma noi avevamo due strade: o non facevamo nulla perché non abbiamo 5 anni assicurati davanti, ovvero usavamo bene il tempo che abbiamo. quanto dureremo non lo sa nessuno. Ma abbiamo iniziato un processo, nella speranza che chi verrà dopo possa continuarlo».