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Italia e India, la tempesta perfetta
di Roberto Toscano
"La Stampa"
19 febbraio 2014

Il ministro Bonino richiama per consultazioni, dopo l’ennesimo rinvio da parte della magistratura indiana, il nostro ambasciatore a Delhi - gesto che nella prassi diplomatica segna un netto inasprimento del clima fra Italia e India. Se avevamo finora pensato che l’interesse di entrambi i Paesi a preservare buone relazioni in campo sia politico che economico avrebbe potuto/dovuto facilitare una soluzione non traumatica del caso marò, oggi si profila la concreta possibilità che, al contrario, il caso si ripercuota sul piano generale dei rapporti fra i due Paesi con pesanti conseguenze negative per entrambe le parti. 

Potremmo certo elencare, a questo punto, tutti gli errori commessi, a partire da quel disgraziato ingresso della petroliera «Enrica Lexie» nel porto indiano dopo l’incidente, e anche le occasioni mancate, come il rinvio a giudizio davanti a un tribunale italiano dei nostri due militari, cosa che avrebbe fornito una base giuridica difendibile alla decisione di non rimandarli in India dopo il «permesso» su cauzione a recarsi in Italia. 

Se però il caso è diventato una terribile tempesta perfetta, le ragioni non vanno ricercate soltanto in un insieme di decisioni e comportamenti rispetto ai quali si giustifica una lucida autocritica. 

Ma piuttosto in una serie di fattori che da noi non dipendono e che hanno determinato in via principale lo sfavorevolissimo quadro in cui la nostra diplomazia ha dovuto operare. Partiamo dal modo di rapportarsi dell’India al resto del mondo, centrato su un concetto di sovranità ombroso e ottocentesco che deriva da una combinazione di orgoglio nazionale, tipico di un Paese di antichissima cultura e recente indipendenza, e dell’insicurezza derivante da debolezze strutturali (dalle infrastrutture alla burocrazia alle tensioni fra diverse comunità) che contraddicono le sue grandi e per altri versi giustificate ambizioni.  

Anche i nostri giornali hanno parlato del recente episodio dello scontro frontale con gli Stati Uniti in relazione ai guai giudiziari di una console indiana a New York, fermata dalla polizia dopo la denuncia di una collaboratrice domestica indiana, apparentemente sfruttata in contraddizione con gli impegni assunti con le autorità di immigrazione al momento della richiesta del visto. In rappresaglia il governo indiano ha sottoposto l’Ambasciata degli Stati Uniti a Delhi a vere e proprie angherie capaci addirittura di indebolire la sicurezza dei diplomatici americani. Il caso si è risolto quando gli americani – pur non rinunciando all’azione sul piano giudiziario - hanno fatto un passo indietro permettendo alla funzionaria indiana di lasciare il Paese.

Si potrebbe a questo punto suggerire alle nostre autorità di intraprendere, visto che quella del dialogo si è rivelata infruttuosa, la via delle ritorsioni, fra l’altro messa in atto dagli indiani stessi quando reagirono alla decisione, poi rientrata, di non rimandare i marò in India sequestrando di fatto, contro ogni norma internazionale, il nostro ambasciatore a Delhi. Non è ben chiaro, tuttavia quali ritorsioni potrebbero essere messe in atto: quando ad esempio si parla della possibilità di bloccare gli accordi in campo commerciale dell’Unione Europea con l’India si trascura il fatto che gli interessi in gioco sono probabilmente più europei che indiani, di modo che non sembra molto logico minacciare azioni che danneggerebbero più la parte europea che quella indiana. 

I dubbi principali sull’esito di eventuali ritorsioni riguardano però la politica indiana. Le ritorsioni servono, per definizione, a introdurre un disincentivo all’intransigenza e a indurre l’interlocutore ad una maggiore flessibilità. Il problema è che il Partito attualmente al governo, il Congress Party, è paralizzato dal fatto che al suo vertice siede «l’italiana», una Sonia Gandhi che ritiene per ragioni politiche di non potere dare alcun segnale di indulgenza nei confronti dell’Italia. Questo non solo per evitare eventuali dubbi sulla sua scelta di diventare indiana (dubbi che, dopo la sua lunga, totale dedizione al Paese di adozione sembrerebbero facili da accantonare), ma per non riaprire una vecchia questione, quella del «caso Bofors», una storiaccia di corruzione per forniture militari in cui le accuse principali pesavano su un faccendiere italiano, tale Quattrocchi, notoriamente intimo della coppia Rajiv-Sonia. Vecchia questione, peraltro richiamata da un più recente scandalo italo-indiano, quello delle accuse rivolte a Finmeccanica di avere ottenuto un’importante commessa per la fornitura di elicotteri pagando consistenti tangenti.  

Ma vi è di più, e di peggio. Un caso come quello dei marò apre lo spazio, da noi come in India, per accese campagne nazionaliste certo poco favorevoli a compromessi, dato che si ritiene sia in gioco l’onore nazionale, e non solo le concrete sorti delle persone coinvolte.  

Anche se in India le notizie sul caso non occupano le prime pagine dei giornali, va detto che sembra difficile pensare che l’attuale governo possa permettersi di apparire come poco determinato nel difendere le posizioni indiane su un caso internazionale in una fase, come quella attuale, di campagna elettorale, per di più con uno sfidante come Narendra Modi, iper-nazionalista e anche più radicale del mainstream del suo partito, il BJP.  

Dietro i ripetuti rinvii indiani non vi è quindi soltanto il cattivo funzionamento di una macchina giudiziaria anche peggiore di quella di cui noi ci lamentiamo nel nostro Paese, ma anche la speranza di poter rimandare a dopo le elezioni una decisione che inevitabilmente risulterebbe, se aperta alle tesi italiane, attaccabile sul piano politico interno o, se fondata invece sull’intransigenza, costosa sotto il profilo dei rapporti con l’Italia e in parte anche con l’Unione Europea. 

E allora? Nessuna prospettiva, nessuna strategia che abbia una qualche possibilità di successo? 

Sembra a questo punto difficile che l’India rinunci alla propria giurisdizione riconoscendo l’«immunità funzionale» degli accusati in quanto militari in servizio (immunità che la nostra Cassazione riconobbe al militare americano che aveva causato la morte a Baghdad del funzionario dei nostri servizi, Nicola Calipari) e quindi sembra restare solo la via della «internazionalizzazione» della questione. Per questo motivo non sembra opportuno focalizzare la nostra azione contro l’applicazione del SUA Act, che in realtà potrebbe risultare utile proprio per una possibile internazionalizzazione. Il SUA Act indiano è stato infatti emanato in applicazione di un Convenzione internazionale firmata a Roma nel 1988 («Suppression of unlawful acts against maritime navigation»). Un trattato internazionale che, pur essendo applicabile a casi di terrorismo, è in realtà molto più ampio, dato che si rivolge a qualsiasi «atto illegale» compiuto in violazione della libertà di navigazione marittima. Tutti gli atti di terrorismo sono «atti illegali», ma non tutti gli «atti illegali» sono terrorismo. È sulla interpretazione e applicazione dei trattati internazionali (e non del diritto penale di un qualsiasi Paese) che è infatti possibile percorrere i terreni dell’arbitrato obbligatorio e della pronuncia di un tribunale internazionale. 

Il problema in questo caso sarebbero comunque i tempi, certo non rapidi una volta avviato un procedimento internazionale. Non sarebbe accettabile prolungare ulteriormente la situazione di «domicilio coatto», in cui già da troppo tempo sono mantenuti i nostri due militari senza che, paradossalmente, siano stati formulati precisi capi di accusa nei loro confronti.