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Così la Farnesina ha convinto Kabila insistendo sul profilo umanitario
29 maggio 2014

Non solo la telefonata di Renzi al presidente congolese è stata decisiva. Ma lo è stata perché è intervenuta il 23 aprile scorso in un preciso momento nella lunga trattativa essenzialmente diplomatica e nella quale la Farnesina guidata da Federica Mogherini ha operato come abitualmente opera. Decisiva è stata la strategia di sottolineare, col presidente Kabila come in tutti gli altri contatti con le autorità di Kinshasa, il profilo umanitario: la linea italiana, grazie alla quale il ministro Boschi accompagnata dal direttore centrale per le politiche migratorie Marco Del Panta e dal consigliere Edoardo Pucci ha ieri potuto “liberare” non solo i bambini in adozione in Italia ma anche quelli di famiglie belghe, francesi, canadesi e americane, è stato ribadire continuamente che si trattava di genitori legittimati all’adozione da sentenze passate in giudicato emesse dalla magistratura congolese, e soprattutto famiglie con le quali i bambini avevano già instaurato rapporti affettivi. La linea «umanitaria» è stata individuata subito, così come subito, sin dal giorno del Natale 2013, è stato deciso l’immediato rafforzamento -con «uomini, generi alimentari, mezzi e diplomazia», per usare le parole del ministro plenipotenziario Marco Del Panta, che ha guidato l’operazione per la Farnesina- dell’ambasciata italiana a Kinshasa. Chiave il ruolo del consigliere Pucci, oggi all’Unità di crisi ma che era già stato in forze nella sede diplomatica di Kinshasa, e che aveva da tempo instaurato rapporti molto forti con le autorità del Congo belga, e secondo alcune fonti in grado addirittura di giungere all’inner circle di Kigali. Una missione lunga e complicata, che mirava a ottenere il nulla osta alla partenza dei bimbi da parte del ministro dell’Interno, la cui azione era «bloccata» dalla crisi di governo (tuttora in corso a Kinshasa) impedendo -questo si sosteneva- a un governo in carica per il disbrigo degli affari correnti di dare il via libera. 

Con una lunga tessitura, passata per diverse missioni diplomatiche, e anche per la visita del ministro Kyenge e per il colloquio del sottosegretario Benedetto della Vedeva con il ministro degli Esteri congolese ai margini della ministeriale Ue-Africa di Bruxelles, il risultato è stato colto. In perfetta continuità, tra l’altro, tra il governo Letta e quello Renzi, dato che tutto era iniziato con una telefonata e una lettera in cui Letta il 19 dicembre 2013 annunciava all’omologo congolese Augustin Matata l’invio di una delegazione di diplomatici, e tutto si è felicemente concluso con la telefonata del 23 aprile 2014 in cui Renzi ha strappato l’ok a Kabila in nome delle ragioni umanitarie. Dopo quel giorno, per arrivare all’annuncio che un aereo di Stato avrebbe portato i bambini dalle famiglie adottive italiane, ancora altro lavoro è stato svolto sul terreno dai diplomatici italiani, mediando tra le varie autorità e burocrazie: un lavoro di quasi un mese. La grande soddisfazione, per il capo-delegazione Marco Del Panta, è però «il rapporto che si è instaurato con le famiglie», e naturalmente anche il clima gioioso della missione compiuta. Ma ancora altri diplomatici sono sul campo, a Kinshasa, per la complessa situazione di altre famiglie, che non hanno ancora i prerequisiti giuridici per l’agognato via libera alle adozioni.