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"La Giordania? È preoccupata, non spaventata"
Di Alain Elkann
"La Stampa"
14 settembre 2014

Svolgere le funzioni di Ambasciatore oggi ad Amman significa vivere sotto una forte pressione?

«Significa essere vigilanti, non solo nell'ovvio senso di essere prudenti adottando tutte le precauzioni ragionevoli per l'Ambasciata e per sé, ma anche nel senso di seguire con particolare attenzione gli eventi e le conseguenti reazioni giordane, per poter fornire a Roma costantemente il polso della situazione. Va comunque riconosciuto - pur senza sottovalutare rischi e pericoli - che l'atmosfera generale ad Amman è migliore che in altri Paesi vicini, per cui mi considero un privilegiato rispetto ad altri colleghi operanti nella medesima area».

 Nella vita quotidiana del Paese si sentono tensioni, paura del futuro?

 «Rispetto al momento in cui sono arrivato in Giordania, più di un anno e mezzo fa, si percepisce tra la gente una maggiore tensione e preoccupazione in relazione ai possibili sviluppi futuri, tenuto anche conto del problema dei rifugiati siriani che continuano ad arrivare, pur se in quantità minore (ma sono già 600 mila). Come ha evidenziato lo stesso Re Abdallah II, i problemi più urgenti sono la povertà e la disoccupazione, soprattutto giovanile, se si pensa che raggiunge il 28% tra i 20 e i 24 anni. Riassumerei lo stato d'animo locale con la frase di un generale giordano in pensione: "Sono preoccupato, ma non spaventato".

 Il re Abdallah si trova in una impasse assai difficile, circondato da guerre e tensioni: qual è il suo ruolo nella regione?

Quale la sua posizione nei confronti di Isis, Damasco, Israele?

 «Per descrivere la fase critica che il Paese sta attraversando, con i miei collaboratori diciamo che la Giordania ha sulla testa una "corona di spine", in quanto circondata da territori caratterizzati da crisi più o meno gravi, confinanti (Israele e Palestina, Siria, Iraq) o vicini (Sinai, Libano). Non c'è dubbio che si tratta di uno Stato abituato a vivere in un contesto turbolento, per cui - per usare un termine anglosassone - è decisamente "resilient" ed è riuscito a sopravvivere a tante vicende difficili. Tuttavia, ora le pressioni sono forti e concomitanti e richiedono un livello di attenzione inusualmente elevato. Il Re è molto attivo sul piano diplomatico e interpreta al meglio il tradizionale ruolo di moderazione e mediazione del Regno hascemita, universalmente apprezzato e grande risorsa per tutta la regione. Egli cerca di mantenere contatti con tutti, al fine di utilizzarli al momento giusto: per fare due esempi significativi, ricordo che la Giordania intrattiene tuttora relazioni diplomatiche con il regime di Damasco ed è uno dei due Paesi arabi, insieme all'Egitto, che hanno stipulato un trattato di pace con Israele. Per quanto concerne l'Iraq, gli interlocutori del Sovrano sono le Autorità istituzionali e le tribù sunnite - non certo l'Isis, il cui comportamento non da l'impressione della ricerca di un dialogo - e Amman è favorevole, come noi, ad un governo inclusivo di tutte le componenti della società irachena».

 L'alleato più forte è sempre l'America?

 «Gli Usa rappresentano un punto di riferimento essenziale per Amman e continueranno ad esserlo, dato l'interesse strategico che essa riveste nell'ambito della loro politica in Medio Oriente. Non è un caso che il Presidente Obama abbia nominato Ambasciatore ad Amman una diplomatica, Alice Wells, che prestava servizio nel suo staff. E non è un segreto che staziona qui un contingente di soldati Usa, seppure limitato (1000 unità), che aiuta l'esercito giordano nella gestione dei missili Patriot e degli aerei F-16 forniti ad Amman in funzione difensiva e, al tempo stesso, addestra unità locali a far fronte ad eventuali emergenze chimiche. Non va poi dimenticato che l'aiuto annuale americano alla Giordania - militare, economico e per i rifugiati - si aggira sul miliardo di dollari».

 E l'Unione europea e l'Italia?

 «La Giordania è uno dei Paesi della regione che ha più stretti legami con l'Ue e i suoi Stati membri. Con l'Ue esiste un Accordo di Associazione e il dialogo si svolge su svariate tematiche, dai diritti umani alle questioni economiche, all'emergenza per i rifugiati. Con l'Italia, il rapporto è eccellente (a riprova, c'è stato un incontro tra il Presidente Renzi e il re giordano durante il recente vertice Nato in Inghilterra, mentre il Ministro Mogherini è già venuto in Giordania due volte), anche perché abbiamo l'indubbio vantaggio di non avere un passato coloniale nell'area. In questo senso, è facile svolgere il mio incarico, per la simpatia che trovo e per il facile accesso ai più elevati gradi istituzionali. Nei rapporti bilaterali, sto puntando molto sugli aspetti economico-commerciali (cercando di sviluppare i contatti tra imprese italiane e giordane, specie piccole e medie, dato che negli scambi commerciali siamo già i primi partner in Europa e i quinti a livello mondiale), nonché sul "volet" culturale, in cui ci viene riconosciuta la primazia soprattutto nel settore della protezione del patrimonio. Abbiamo in corso un progetto per Petra in collaborazione con l'Unesco e il nostro Ministero per i Beni e le Attività Culturali sta restaurando gli affreschi - unici al mondo - di un castello omayyade nel deserto di Amra».