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I tre compiti (più uno) del prossimo ministro
30 ottobre 2014

La globalizzazione politica ed economica combinata con la conseguente velocizzazione dei tempi di apertura e dunque - questo almeno dev'essere l'intento - di risoluzione delle crisi internazionali ha sempre più spostato il baricentro decisionale della politica estera di un Paese come l'Italia in capo alla guida dell'esecutivo. Il tutto è ancora più evidente in tempi di leader molto proattivi come nel caso italiano. Questa oscillazione del pendolo sta riscrivendo il ruolo dei capi delle diplomazie. Tre (più uno) sono i compiti principali nell'agenda del prossimo ministro degli Esteri italiano. Il primo è quello di attuare strategie e azioni decise dal governo nel suo insieme nel rapporto con le istituzioni internazionali, la Ue sopra tutte, e nel tentativo di risolvere dossier critici, leggi alla voce Marò. Il secondo è quello di rappresentare al meglio il peso dell'Italia nell'area di propria competenza geopolitica, leggi alla voce Mediterraneo. In questo campo i primi passi del governo Renzi, con l'attenzione alle speranze tunisine, confermate dalle elezioni, ai guai libici e agli sforzi egiziani, vanno nella giusta direzione. Il terzo campo d'azione è quello delle relazioni economiche, leggi alla voce negoziato per il libero commercio transatlantico, ma anche vedi l'importanza che assumono sedi diplomatiche anche lontane ma da dove giungono investimenti, ovviamente Cina, ma anche Emirati arabi, per fare soltanto due esempi tosti. Il compito finale (il più uno) è dettato dalle necessarie esigenze di spending review: la macchina della Farnesina, fucina di competenze notevoli, deve essere resa sempre più efficiente.