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Il rovescio del diritto
20 marzo 2015

Il 18 marzo di un anno fa, Vladimir Putin si presentò davanti alla Duma con un discorso sulla situazione in Ucraina, all'indomani del referendum tenutosi in Crimea e vinto dai pro russi.

Putin insistette molto sulla legittimità in diritto internazionale della situazione creatasi facendo leva sull'alta percentuale dei russi che vivono in Crimea. Il presidente russo ha utilizzato, in modo fazioso, la tensione tra due principi fondamentali del diritto internazionale: da un lato la proibizione dell'intervento armato in territori stranieri, corollario del principio più generale dell'integrità territoriale, e dall'altro quello del diritto all'autodeterminazione dei popoli. I suoi consiglieri hanno paragonato la Crimea al Kosovo, cioè a quando la Nato intervenne senza l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Non sono pochi a essere d'accordo: all'assemblea Onu sulla situazione ucraina 11 stati hanno votato contro la condanna della Russia, 58 si sono astenuti e 24 erano gli assenti forse non a caso.

Un anno dopo, la Crimea è Russia ed è molto improbabile che l'orologio della storia torni indietro. Vi è una situazione di fatto che il tempo trasformerà in un dato giuridico accettato da tutti. La Corte internazionale di giustizia non può intervenire e anche se lo facesse e condannasse la Russia la sentenza non avrebbe alcun effetto pratico. La sua esecuzione sarebbe ostacolata dal veto della Russia in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oppure potremmo avere una situazione simile a quella del caso Contras: la Corte internazionale di giustizia allora decretò che l'intervento degli Stati Uniti a favore dei Contras in Nicaragua aveva violato la sovranità territoriale del paese. Ma non vi fu alcuna conseguenza: il Nicaragua aveva bisogno degli aiuti degli Stati Uniti così come oggi l'Ucraina ha bisogno del gas russo.

Tribunali internazionali in panne

Sono in molti dunque che considerano il diritto internazionale inutile o, peggio, un'arma giuridica che può essere plasmata per giustificare i più disparati interventi da parte di quegli stati che sono più uguali degli altri. Eppure, alla fine della Guerra fredda, si era diffuso un ottimismo nei riguardi del diritto internazionale che si era dimostrato in grado di prevenire le guerre, preservare la pace, regolare le relazioni economiche tra gli stati. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu era diventato più attento e attivo arrivando ad autorizzare l'intervento armato della comunità internazionale contro l'Iraq nella prima guerra del Golfo. Nuovo trattati internazionali erano stati firmati per istituire Tribunali penali ad hoc come quelli per i crimini commessi nell'ex Yugoslavia o in Ruanda per arrivare poi alla Corte penale internazionale. Insomma si era aperta una fase in cui la comunità internazionale come tale prendeva decisioni e agiva. Non è durata molto. L'11 settembre è stato visto da molti come il momento in cui si è ricominciato a utilizzare il diritto internazionale come giustificazione nel perseguire interessi nazionali.

Quanto ha fatto la Russia in Crimea non è giustificabile ma Putin ha avuto la strada spianata da una serie di interventi, moralmente accettabili forse ma illegali dal punto di vista del diritto internazionale: Serbia, Afghanistan, Iraq, la Libia e ora la Siria. Assistiamo a una deriva pericolosa. Nella stessa Asia, dove Cina e Giappone sono sempre stati contrari a ogni intervento al di fuori di un chiaro e limitato mandato delle Nazione Unite, vi è una spirale di rivendicazioni territoriali e scaramucce militari senza precedenti. Il diritto internazionale è di per sé instabile e non gode di vita propria dal momento che è il risultato delle relazioni tra stati e non vi è un'autorità che possa imporsi senza il loro consenso. Ma prescinderne o interpretarlo in modo poco ortodosso è molto pericoloso. Una lezione che dobbiamo tener ben presente nel decidere le prossime mosse in Libia.