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Le regole del mestiere tra verità e inganni politici
di Ferdinando Salleo
"La Repubblica"
10 aprile 2015


 


Una delle principali regole della diplomazia internazionale stabilisce che nessun governo può rifiutare l'accreditamento di un ambasciatore a meno che questo non metta a grave rischio la sicurezza dei rapporti tra i due Paesi.

Un'altra cosa è il mestiere dell'ambasciatore. Se le qualità intellettuali e la preparazione specifica, la cultura, il carattere aperto e la capacità di connettersi al contesto in cui esercita la missione diplomatica sono doti che si presumono nell'ambasciatore che rappresenta il proprio paese in una capitale amica o ostile, e si pretendono da lui, non dobbiamo dimenticare che nell'antichità la diplomazia, allora solo itinerante, si identificava con la forza di convincimento che il legato doveva usare per persuadere il sovrano o la signoria a cui si presentava della bontà degli argomenti del suo governo. Argomenti che a volte erano infarciti di intimidazioni e anche di astuzie ed inganni, di mezze verità e di promesse vaghe come accade anche oggi, specie nei vertici politici. Così viene letta ancora l'invettiva di Henry Wotton, scrittore e diplomatico inglese inviato presso la Serenissima:

lungo il cammino Sir Henry dedicò a un amico l'idea che un ambasciatore sia un uomo onesto inviato all'estero a mentire per il bene del proprio paese.

 

Anche al netto delle intercettazioni e di Wikileaks, l'inganno e la menzogna portano poco d'utile, vengono scoperti più presto che tardi. Un buon ambasciatore è a capo di una squadra che comprende tutti gli aspetti della vita di un paese, politica ed economica, culturale e militare di cui interpreta la volontà e coordina l'attuazione. Un direttore d'orchestra che domina lo spartito. Ciò che lo qualifica al massimo punto, però, è la perfetta consonanza con il governo che lo invia. Per astuto e savio che sia, l'ambasciatore non parla per sé perché poco varrebbe, ma esprime nella modulazione che ritiene più efficace la volontà e gli intendimenti di un paese come il suo governo gli impone. Se la sua coscienza non condivide le istruzioni ricevute, le dimissioni sono l'unica via d'uscita come fecero, da Vienna e Berlino, Avarna e Bollati quando, nell'estate di cento anni, si dichiararono contrari al cauto passaggio dell'Italia nel campo anglo-francese.

 

Soprattutto, come ci ricorda George Kennan, il più illustre diplomatico del secolo scorso, l'ambasciatore deve essere indipendente dalla politica e dai partiti, dalle pressioni di gruppi influenti di potere: accreditato dal Capo dello Stato, l'ambasciatore ha la coscienza di rappresentare un popolo e un'identità, la sua storia e le sue ambizioni, le sue fragilità e le sue debolezze di cui filtra ogni giorno la proiezione del ruolo che il paese si prefigge.