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Nel grande caos la diplomazia è vitale per noi
27 luglio 2015

La diplomazia non è una cosa astratta. Lo sa bene qualsiasi italiano in giro per il mondo. Lo sa l’imprenditore che chiede d’urgenza un visto per il partner algerino, come il turista sfortunato che sabato pomeriggio smarrisce il passaporto a San Pietroburgo.

Lo sa Matteo Renzi che si è accorto quanto conta avere un’Ambasciata efficiente dietro le spalle quando si reca a Washington o a Gerusalemme. Lo sanno i nostri amici - e concorrenti - che dopo aver chiuso i loro padiglioni all’Expo ci chiederanno più presenza dell’Italia in Azerbaigian o in Vietnam. Lo sanno i partners europei ai tavoli di Bruxelles. Lo sanno i nemici che mettono le bombe contro i nostri uffici al Cairo o a Tripoli.

A leggere, su queste colonne, il vibrante appello di Emma Bonino, Lucio Caracciolo, Marta Dassù e Pier Ferdinando Casini,vien il dubbio che non lo sappiano, collettivamente, sessanta milioni d’italiani e, peggio, le istituzioni che li rappresentano. Siamo troppo esposti al resto del mondo per chiuderci a guscio; i nostri interessi, economici, di sicurezza, culturali, non si affermano per inerzia. Le certezze di oltre mezzo secolo, Europa, Atlantico, Nazioni Unite, restano ma non bastano. L’Italia ha più che mai bisogno di politica estera. La rendono necessaria le insicurezze e tensioni interne all’Europa e l’instabilità che ci circonda, dalle sponde del Mediterraneo ai nervosismi balcanici, dalle pianure ucraine alle ondate migratorie.

La politica estera si fa con la diplomazia. Pensata a Roma, ma attuata sul campo. Le ambasciate e i consolati italiani sono la prima linea di difesa degli interessi nazionali, anche a rischio fisico per le donne e gli uomini che vi lavorano. Sempre più spesso. In Afghanistan come in Iraq la loro incolumità non è minacciata meno di quella dei nostri militari.

Aleggia il mito che i contatti diretti e frequenti fra leaders e ministri rendano superflua la diplomazia. L’animosità e le acrimonie di recenti vertici, quali quelli sulla Grecia, dimostrano il contrario. Talvolta, un po’ più di spazio alla diplomazia non guasterebbe. I politici decidono; i diplomatici spianano il terreno. Così è stato nel magistrale negoziato nucleare con l’Iran. I grandi lo sanno bene. La ripresa di dialogo fra Mosca e Washington, così cara all’Italia, è oggi affidata a due solidi professionisti, il viceministro russo Grigory Karasin e l’Assistant Secretary americana Victoria Nuland.

La carta geografica non sa mentire. Il clima di precarietà e pericolo intorno all’Italia non è passeggero. E’ la nuova normalità cui abituarsi. Oggi, nella XI Conferenza Ambasciatori, la diplomazia italiana si propone al Paese come lo strumento per rispondere alla sfida.

Nell’albo d’oro della diplomazia italiana figurano successi importanti come la costante difesa dei nostri interessi sulla riforma del Consiglio di Sicurezza Onu e l’ingresso nel G7 negli Anni 70 e nel Gruppo di Contatto sull’ex Jugoslavia negli Anni 90. Iniziati entrambi senza di noi al tavolo, ci videro diventarne protagonisti. Oggi, le nostre assenze dal gruppo ristretto sull’Ucraina («formato Normandia») e dal negoziato nucleare sull’Iran fanno riflettere. La Conferenza è l’occasione per un lucido esame di coscienza e per affrontare, oltre al difficile presente, le novità al- l’orizzonte, quali l’incognita di una bolla economica in Cina, l’emergere e le fragilità dell’Africa o le linee di faglia che si stanno disegnando in Europa. Piacevole o spiacevole il futuro non si allontana ignorandolo. Sarebbe bene che gli ambasciatori italiani ne parlassero.

L’appello di sabato a rafforzare la politica estera è un assist alla Farnesina. Sta al governo e al Parlamento rispondere, ma alla diplomazia italiana esserne all’altezza, con professionalità, entusiasmo e motivazione, specie dei più giovani. Altrimenti, malgrado l’autorevolezza dei firmatari, l’appello rimarrà una vox clamantis in deserto. A spese di tutti gli italiani.