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Consiglio di sicurezza, l'Italia spera. All'Onu è sfida con Olanda e Svezia
di Giampaolo Pioli
"Quotidiano Nazionale"
08 febbraio 2016

Il voto finale ci sarà solo a giugno, ma la battaglia dei Paesi candidati è già iniziata da almeno un anno. L'Italia, contrapposta a Olanda e Svezia - «Rivali di primissimo piano», dice l'ex ambasciatore Paolo Fulci - punta a un nuovo seggio non permanente in Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018. I posti nello stesso gruppo sono due, ma nessuno dei Paesi del nord si farà da parte e sarà battaglia fino all'ultimo. I diplomatici italiani elargiscono grandi manciate di prudenza, ma fanno capire di essere moderatamente ottimisti anche se «i voti vanno conquistati uno alla volta».

Lo storico ambasciatore Fulci viene ancora adesso ricordato per le grandi battaglie che condusse con successo negli anni Novanta. Lo scopo era fermare il cosiddetto «quick fix», la soluzione rapida che volevano Germania e Giappone, India e Brasile, per entrare di forza come paesi permanenti al fianco degli altri Usa, Russia, Cina, Inghilterra e Francia. Fulci riuscì a fare resistenza e a formare in collaborazione soprattutto fra Italia e Pakistan il movimento 'Uniting for Consensus' che ancora oggi sta funzionando come una sorta di diga procedurale contro la soluzione rapida.

L'Italia in sostanza chiede un numero di Paesi a rotazione meno frequente, ma dando la possibilità ad altri Stati membri di entrare in consiglio, ampliando partecipazione e trasparenza.

A guidare oggi la regia italiana è l'ambasciatore Sebastiano Cardi, cresciuto alla scuola di Fulci e per diversi anni suo portavoce all'Onu. Cardi viene considerato un uomo molto tenace nella sua mitezza e per difendere la causa italiana nel voto di giugno ha messo sul tavolo non solo il peso la e la responsabilità che l'Italia si assume nella crisi dei migranti, ma anche la leadership nella battaglia per l'abolizione della pena di morte, nella lotta alle mutilazioni genitali femminili, il grande impegno per i diritti civili e il fortissimo contributo di peacekeeper, con il governo di Roma che è il più grande donatore di caschi blu a livello europeo.

La visita mercoledì del presidente Mattarella al Palazzo di Vetro e il suo incontro con Ban Ki moon, saranno un'altra occasione per ripresentare la candidatura italiana, anche se il segretario delle Nazioni Unite, giunto al suo ultimo anno di mandato, non ha influenza diretta in queste scelte, che richiedono il voto dell'intera assemblea generale.

Il ruolo dell'Italia all'Onu e il riconoscimento dato ai carabinieri come grandi addestratori di ufficiali di pubblica sicurezza in una stagione dove l'impegno italiano non solo in Libano ma anche in Afghanistan e Iraq è destinato ad aumentare, possono contribuire a spostare gli indecisi. L'ambasciatore Cardi naturalmente non fa pronostici ma rimane attivissimo e l'intera missione italiana all'Onu ha ricevuto a anche qualche rinforzo dalla Farnesina per portare a termine questa lunghissima campagna elettorale fatta di piccoli passi.

Il premier Renzi non fa mistero del grande significato anche simbolico che l'ingresso dell'Italia in consiglio di Sicurezza avrebbe soprattutto di fronte alla difficile situazione in Medio Oriente con la Siria in eruzione, ma soprattutto con la Libia a una svolta cruciale. L'ultimo ingresso dell'Italia in Consiglio di Sicurezza fu nel biennio 2007-2008. In quell'occasione il nostro paese ottenne 186 voti su 192 votanti e fu un risultato straordinario. I Paesi nordici nostri rivali sentono che Roma è stata impaziente e si è candidata, anche se non era esattamente il suo turno.

Anche nelle paludate sale dell'Onu però le dinamiche cominciano a cambiare. Se l'Italia riuscirà a passare, vuoi dire che anche molte regole non scritte, che all'Onu dominano, posso cominciare a cadere.

Potrebbe essere un segnale anche per la riforma del Consiglio di Sicurezza che attende da almeno 20 anni e sicuramente lo è già per i meccanismi di nomina e di candidatura del nuovo segretario generale che tanti vorrebbero donna.