Archivi
 
Archivio 'zibaldone'
 
Archivio 'il punto'
 
 
Lo zibaldone  Lo zibaldone
 

IL DIPLOMATICO CHE SALVO' GLI ITALIANI
di Pino Di Blasio
QN - Quotidiano nazionale
26 aprile 2016

«Il governo italiano ha fatto tesoro degli insegnamenti del passato. Ha agito con cautela, frenando le spinte di chi voleva intervenire subito in Libia, ha supportato le trattative e la nascita del governo Sarraj. Bisogna credere alle possibilità di Sarraj, è il solo ad avere qualche chance di costruire una struttura di governo nella nuova Libia, l'unico a poter dialogare con la comunità intemazionale». Se a dirlo è l'ambasciatore Vincenzo Schioppa Narrante, l'uomo che ha gestito la fase più calda della guerra civile in Libia, la grande evacuazione di 1.800 cittadini italiani e stranieri da Tripoli nel marzo 2011, c'è da credergli. Così come c'è da dargli credito quando liquida i tentativi destabilizzanti del generale Haftar, foraggiato da armi presumibilmente egiziane. «Sinceramente - è la tesi dell'ambasciatore Schioppa, oggi segretario generale dell'Istituto Universitario Europeo - mi pare difficile che la soluzione sia Haftar. La Libia ha bisogno di unità, o almeno di una comunanza di intenti. Solo con la riconciliazione si può sperare nella stabilità. I libici non sono estremisti, hanno un senso dell'onore molto spiccato. Anche per questo nel 2011 siamo riusciti a riportare in patria migliaia di italiani, senza un ferito».

Torniamo indietro a quegli anni: perché fu mandato in Libia?

«Avevo chiesto io di andarci. Sono stato ambasciatore a Tripoli dal giugno 2010 a marzo 2011. Gheddafi sembrava stabilmente in sella, all'inizio si parlava di costruire autostrade, di joint venture con le imprese. La primavera araba sembrava lontana».

E invece scoppiò appena sei mesi dopo, in Tunisia...

«Le avvisaglie ci furono anche prima. Il regime era agli sgoccioli, le rivolte cominciarono nella zona della Cirenaica. Gheddafi usava i barconi degli immigrati come un rubinetto, da aprire o chiudere a seconda del momento».

Quando iniziò la guerra civile?

«La Libia è sempre stata instabile, non ha mai avuto una struttura amministrativa. Le tre province ottomane della Cirenaica, del Fezzan e della Tripolitania sono ancora l'ossatura del Paese. In più ci sono le tribù, inquadrate come entità autonome: sono una trentina, quelle che contano sono dieci. Tutti i 6 milioni di libici hanno la loro tribù di appartenenza».

D'accordo, ma la guerra?

«L'intervento in Libia era inevitabile. Dalla Tunisia la primavera araba divampò in Egitto: Mubarak fu costretto a dimettersi il 15 febbraio, poi fu arrestato. Gheddafi respinse tutte le mediazioni; sapevo che non avrebbe mai accettato di andarsene, di fuggire in Venezuela per agevolare una transizione pacifica. Lui pensava di essere la Libia».

Non fu la Francia ad accelerare l'intervento?

«Non c'è dubbio. Ma nessuno poteva appoggiare Gheddafi, sarebbe caduto comunque dopo 42 anni al potere. Era il nemico ideale per tutti. Il nostro governo era debole, il premier era Berlusconi al termine del suo mandato. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto dopo l'intervento».

Cosa accadde in quei giorni?

«Abbiamo portato fuori dalla Libia 1.800 cittadini, italiani e stranieri. Erano soprattutto imprenditori, operai, lavoratori per le nostre ditte lì. L'Italia era l'unica nazione capace di operare con aerei militari. Fu un'evacuazione davvero efficace, un'azione congiunta tra Farnesina e Forze armate».

Avevate alleati a Tripoli?

«Abbiamo cominciato la crisi con l'ambasciata completamente isolata. Le comunicazioni interrotte perché Al Jazeera dette la notizia che l'Italia avrebbe inviato bombardieri e volontari in Cirenaica in aiuto di Gheddafì. Abbiamo rischiato di fare la fine dell'ambasciatore americano Stevens, ucciso a Bengasi nel 2012».

Quando fini l'evacuazione?

«Il 17 marzo 2011 il consiglio di sicurezza dell'Onu approvò la risoluzione sull'intervento in Libia, il giorno dopo cominciarono gli attacchi Nato. L'ultimo nostro volo partì il 17 marzo. Tripoli era una città spettrale, pericolosissima, piena di posti di blocco. A bordo di quel C130, con me e i funzionari dell'ambasciata, c'erano i massimi dirigenti dell'Eni. I giacimenti e i pozzi avevano un sistema di protezione proprio, con guardie e contractor. Ma gli insorti all'epoca non avevano la forza sufficiente per assaltarli».