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LA DIPLOMAZIA DEL GOL CON LA FELPATA NAZIONALE DELLA FARNESINA
09 maggio 2016

Dal tennis al calcio, le feluche si "popolarizzano". Ora trasferta in Montenegro

L'ultima partita, a metà aprile, si è conclusa con una sonora sconfitta: 4-1 contro la squadra del governo russo. «Ma tra loro c'erano due o tre ex giocatori professionisti», borbotta qualcuno fra gli italiani. Appuntamento in una caserma dei carabinieri di Roma, per ragioni di sicurezza: nel campo da calcio correvano su e giù, oltre a vari funzionari, il ministro di Putin dell'energia, quello del Caucaso e quello dell'agricoltura, oltre al vice primo ministro Dvorkovic. Nemmeno la rete del «goleador» Emanuele D'Andrassi è bastata a recuperare la partita agli undici nell'altra metà del campo: la nazionale dei diplomatici italiani.

«La nostra nazionale è nata nel 2011, quando abbiamo partecipato a un torneo di beneficenza a Perugia con sindaci, magistrati e prefetti», ricorda Luigi Vignali, che nelle gerarchie della carriera diplomatica è una figura apicale - ministro plenipotenziario - e in campo è il team manager. «Da quel momento abbiamo deciso di continuare». Un modo per fare beneficenza (il ricavato di partitelle e tornei viene devoluto), per «trasmettere valori come l'amicizia tra popoli, e anche per fare team building tra generazioni diverse». Già, perché la nazionale delle feluche riunisce una ventina di funzionari della Farnesina, da diplomatici 28-30enni a inizio carriera (come il portiere Cario Marco Tulli o D'Andrassi, appunto, «il nostro pibe de oro», scherza Vignali) agli over 40 come la punta Fabio Sokolowicz o il portiere storico, Andrea Marin detto «saracinesca», fino a chi ha già varcato i 50, come il capitano della squadra, Luca Sabbatucci. Che, in giacca e cravatta al ministero degli Esteri, è capo dell'Ufficio del personale, e in campo un discreto centrocampista: «Quando giochiamo non esistono gerarchie: la massima concessione che mi fanno è chiamarmi capitano», racconta divertito. E poi, oltre a beneficenza e svago, c'è pure un pizzico di lavoro: nel «terzo tempo» delle partite i giocatori mettono in pratica le doti diplomatiche: «La partita coi russi - rivela Vignali - è stata anche l'occasione per promuovere con loro la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024».

L'impegno richiesto è di un paio di appuntamenti a settimana per la corsa e uno per l'allenamento tecnico, per prepararsi ai tornei. Come quello, giocato a Scampia, contro una squadra di giornalisti campani (vinto 3 a 2), o a Bari contro i parlamentari, i magistrati e i commercialisti. Ma anche all'estero: a Helsinki contro un team di diplomatici e uno di cronisti norvegesi, o ancora a Tunisi, trasferte «ovviamente a nostre spese», precisano. Affrontate sapendo che, rispetto ad altre nazionali di categoria, quella dei diplomatici ha l'handicap di un ricambio molto frequente: è il loro lavoro che, dopo qualche tempo a Roma, richiede nuovi incarichi in giro per il mondo. «E così abbiamo perso alcuni dei nostri giocatori migliori: uno è partito per la Cina, uno per l'Etiopia, uno in Israele», sospira Vignali.

Il prossimo impegno, a giugno, contro diplomatici del Montenegro. Poi si dovrebbe organizzare il ritorno a Mosca della débàcle di aprile. «Giocare a calcio serve anche a raggiungere la società civile, a superare l'immagine stereotipata del diplomatico austero», riconosce Sabbatucci. Altri tempi quelli di consoli e ambasciatori inamidati che frequentano circoli esclusivi e praticano discipline come il tennis o l'equitazione: oggi si comunica attraverso uno sport popolare come il calcio. E altre attività alla portata di tutti: alla Farnesina c'è una squadra di podisti - I Diplorunners - e una nazionale di basket, reduce da un doppio incontro contro i diplomatici americani di stanza a Roma, finito una partita a testa. Quello che ancora manca è una squadra femminile: «Ma ci stiamo pensando - promette Vignali - Stiamo ragionando a una squadra di calcetto». Perché, nel 2016, la diplomazia si fa anche in scarpe da ginnastica.