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Il caso delle ambasciate d'Italia a Bruxelles
16 maggio 2016

Sono tre, con molte duplicazioni

L'arrivo dell'ambasciatore Maurizio Massari come rappresentante permanente d'Italia presso l'Ue, dopo la lieve parentesi del politico renziano e ora ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, ha riacceso l'attenzione sulla discussa e costosa presenza di tre ambasciate italiane a Bruxelles. Fino a pochi anni fa erano addirittura quattro, quando alla Rappresentanza presso l'Ue, alla bilaterale con il Regno del Belgio e a quella presso la Nato, se ne aggiungeva un'altra presso l'Unione Europea occidentale (organismo di sicurezza militare chiuso nel 2011 perché reso inutile dall'Unione Europea).

In tempi di revisione della spesa pubblica emerge evidente l'utilità di razionalizzare un servizio dello Stato composto da tre apparati con tre diversi ambasciatori nella stessa città. In particolare impongono notevole impegno sia la Rappresentanza presso l'Ue, che coordina l'andirivieni dei ministri italiani e segue l'attività delle tre principali istituzioni Ue (Consiglio dei governi, Europarlamento e Commissione europea), sia il Consolato d'Italia, che dipende dall'Ambasciata presso il Belgio ed è criticato per l'insufficiente servizio amministrativo fornito alla vasta comunità italiana. Al contrario, tra gli stessi dipendenti della Farnesina, essere distaccati nella parte diplomatica bilaterale con il Belgio o alla Nato viene spesso ritenuto un trasferimento all'estero destinato a non affaticare troppo. Un accorpamento delle tre ambasciate a Bruxelles potrebbe consentire di potenziare la Rappresentanza di Massari e il Consolato, riducendo il personale dislocato alla bilaterale con il Belgio e presso la Nato, sedi oggi guidate rispettivamente da Vincenzo Grassi e Claudio Bisognero.

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