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Un archivio informatico per proteggere gli italiani
di Marco Menduni
"Il Secolo XIX"
04 luglio 2016

Aree a rischio, allo studio un piano per garantire i connazionali

Proteggere le persone, i lavoratori, la nostra economia. Bisogna correre, bisogna individuare subito nuove strategie per proteggere gli italiani all'estero. A poche ore dalla strage di Dacca, il consulto è stato telefonico, ma a tutto campo. Il premier, i ministri degli Esteri Gentiloni, dell'Interno Alfano, della Difesa Pinotti, i responsabili dell'intelligence. Un impegno comune: stringere i tempi.

Obiettivo: pochi giorni, forse anche prima della fine della settimana, per individuare forme di protezione per i nostri connazionali che lavorano nelle aree di crisi. Ormai sempre di più: la Siria e l'Iraq e il Medio Oriente, l'Africa, i Paesi d'Europa, ora anche il Bangladesh. È un'impresa titanica, ma non si può pensare di non far nulla.

Gli 007 non hanno, ovviamente, dubbi. Il rafforzamento dei rapporti tra i servizi di tutto il mondo è ormai irrinunciabile, nella consapevolezza che una sorta di campanilismo dell'intelligence (ognuno tiene per sé le informazioni) non ha più senso, anzi, è il maggior freno nel combattere la minaccia jihadista in tutto il mondo.

Questa è la cornice: però poi bisogna applicare nella pratica quotidiana delle azioni di protezione che diano qualche risultato. «La verità - dice un funzionario della sicurezza nazionale - è che bisognerebbe dire alle persone: l'unica garanzia di sicurezza in certe aree del mondo è evitare di frequentarle. Ovvio che non è possibile per chi ha delle attività commerciali, oltre al fatto che farebbe il gioco dei terroristi, che vogliono far crollare le economie».

Il ruolo delle diplomazie potrebbe, a questo punto, diventare importante. A partire proprio dalle sedi fisiche, ambasciate e consolati. L'idea che sta affiorando è quella di un censimento in tempo reale degli spostamenti degli italiani che si muovono nei Paesi a rischio. Una rivoluzione che, garantiscono gli 007, potrebbe essere affrontata utilizzando al meglio le moderne risorse della tecnologia e dell'informatica. «Gli italiani - spiega una fonte della difesa - sono un po' anarchici anche in questo : si sa quando partono, ma poi spesso se ne perdono le tracce, non si sa dove alloggino, non si sa quali siano i loro spostamenti».

Morale? «È una mentalità che va cambiata, perché ci troviamo in una situazione di emergenza. L'idea di conoscerne gli spostamenti anche per via elettronica non sarà la panacea, ma potrebbe aiutare».

Ambasciate e consolati potrebbero diventare i terminali di questo progetto. «La risposta a questo tipo di terrorismo non può essere militare - spiega anche lo 007 - perché combattiamo contro piccoli gruppi di fanatici. Ci vogliono intelligence e polizia». Sapere dove, ad esempio, gravita un gruppo di nostri connazionali potrebbe permettere di organizzare, in accordo con le autorità locali, dei servizi mirati di sorveglianza.

Della stessa opinione è anche chi la realtà bengalese l'ha vissuta sul campo. L'avvocato Gianalberto Scarpa Basteri è il console onorario del Bangladesh in Veneto, pochi mesi fa aveva conosciuto Claudio Cappelli, una delle vittime del massacro di Dacca. «Bisognerà vedere ora - spiega - se anche quel Paese sarà disposto a farsi dare una mano dall'Europa». Un passo oltre: «Un'ambasciata in un paese a rischio è un presidio fondamentale anche per la sicurezza. È una mia opinione, ma quando sono andato a Dacca ho visto persone che lavorano a mille, che danno il massimo di sé: ma sono poche e abbandonate un po' troppo a se stesse».

Conclusione: «L'ambasciata italiana in Bangladesh dovrebbe confrontarsi continuamente con le autorità locali e quella bengalese in Italia con i nostri rappresentanti. Solo così si può organizzare una rete di protezione più efficace di chi si sposta per lavoro. Non ci può esser deficit, strutture troppo esigue, quando gli affari portano così tanti italiani nel Bangladesh per lavoro e affari».