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"La Brexit alimenta l'idea di chiusura verso lo straniero"
Francesca Schianchi
"La Stampa"
13 ottobre 2016


L'ambasciatore Terracciano: è una fase delicata

 

La vicenda degli italiani schedati per provenienza è stata «un inciampo che in una fase come questa va evitato. Per questo è stato giusto protestare e ottenere le scuse», commenta il nostro ambasciatore a Londra, Pasquale Terracciano, quando finalmente anche il governo britannico è intervenuto per correggere un errore «dovuto a superficialità e ignoranza più che a reale volontà discriminatoria» ma comunque preoccupante, «perché l'ignoranza può essere il brodo di coltura dell'intolleranza».

 

Come siete venuti a sapere di quei questionari?

 «Ci hanno informato alcuni genitori. Abbiamo capito che erano casi isolati e che non nascevano da una volontà attiva di discriminazione, quanto piuttosto da una mal concepita idea di verificare eventuali necessità linguistiche, ma l'effetto era inaccettabile».

 

Per questo lei ha inviato una nota verbale di protesta al Foreign Office: ne era informato?

 «No, non ne sapevano nulla loro come non ne sapeva nulla il Dipartimento dell'Educazione».

 

Il Foreign Office ha detto che si trattava di un modo per accertare ulteriori difficoltà linguistiche: ma cosa vuoi dire, che napoletani e siciliani hanno maggiori difficoltà linguistiche?

 «Si tratta di categorizzazioni tardo ottocentesche. Se uno immagina Ellis Island alla fine dell'800, molti emigrati italiani, soprattutto dal Sud, non riuscivano a esprimersi nemmeno in italiano, ma solo nel loro dialetto. Ma, appunto, era la fine dell'800, forse i primissimi del '900. Quel contesto è storicamente superato da un secolo e non riproducibile qui in Gran Bretagna oggi, dove il 57 per cento degli italiani emigrati negli ultimi anni ha almeno un titolo di laurea. Bisogna stare attenti a evitare equivoci nella fase delicata del post-Brexit».

 

Ambasciatore, tra l'altro anche lei è di Napoli...

 «Infatti poco fa (ieri, ndr.) ho incontrato il ministro britannico per l'Europa e, oltre ad approfittarne per chiedere scuse formali, gli ho fatto una battuta. Gli ho mostrato la mia auto targata "Ita 1" e gli ho detto: "Non vorrete mica costringermi a cambiarla in Itan 1?"».

 

Lei è ambasciatore nel Regno Unito dal 2013: è cambiata l'aria dal referendum sulla Brexit di giugno?

 «E' un po' cambiata: il messaggio subliminale che tende a passare oggi è la chiusura verso lo straniero, cosa di cui prima invece ci si vergognava. Quando la premier May dice che gli inglesi hanno ragione a preoccuparsi che gli immigrati portino via lavoro, quello che prima borbottava contro gli stranieri in un pub oggi si sente più legittimato a farlo».

 

Sta dicendo che anche nella civile Inghilterra c'è un razzismo latente?

 «No, non direi razzismo, questa è una società multirazziale, cosa ampiamente accettata anche da chi vota Ukip. Riaffiora piuttosto uno spirito isolano, l'idea di un "loro" e "noi", i "foreigners" e "noi"».

 

Tra i «foreigners», gli stranieri, c'è anche una nutrita comunità italiana: quanti sono i connazionali?

 «Ufficialmente 277 mila, ma siccome solo uno su due si registra, calcoliamo siano circa mezzo milione. Di cui due terzi a Londra e un terzo sparso per il Paese».

 

In questa fase, cosa consiglierebbe a un italiano che volesse stabilirsi in Gran Bretagna?

 «E' un'esperienza che incoraggerei e ricordo che, in termini pratici, oggi chi viene qui può farlo. In omaggio alla parola "cautela", però, consiglierei di non considerarla una mossa definitiva, perché non sappiamo di qui a cinque anni come sarà la situazione di questo Paese».