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L'Italiano lingua da esportazione. La bellezza come politica estera
18 ottobre 2016

FIRENZE - L'italiano piace, è di moda e oltretutto mette le ali al nostro export. Al punto che la Farnesina ritiene la promozione della lingua italiana «una priorità assoluta per la politica estera italiana». Ecco spiegato il successo della seconda edizione degli Stati generali della lingua italiana, organizzata dal ministero degli Esteri, nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, aperto ieri dal premier Matteo Renzi e chiuso oggi dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Esperti di comunicazione, imprenditori, linguisti e pubblicitari sono concordi nel ritenere l'italiano un "acceleratore" della nostra economia. Oltretutto, i due milioni e 300mila giovani che studiano la nostra lingua sono un'ottima prospettiva. Ma ci sono ancora ampi gli spazi di miglioramento. Ne è convinto anche Vincenzo De Luca, alla Farnesina direttore generale per la promozione del Sistema Paese, che ha annunciato ieri il lancio di un portale della lingua italiana nel mondo.

Direttore De Luca, quali sono i punti di forza dell'italiano?

 «Moltissimi. Basti dire che se devi definire la musica, non hai altri termini che quelli della nostra lingua: da qualsiasi parte del mondo adagio è adagio, mosso è mosso e così via. Per non dire della cucina italiana. C'è poco da fare, certi piatti si possono chiamare solo col loro nome, non c'è traduzione. Alcuni prodotti non puoi che definirli in italiano. Così nel design, in architettura, nella moda. Non è certo un caso se Bulgari presenta le sue collezioni in italiano, perché esprime meglio l'eleganza e la grazia di un gioiello».

 

Torniamo alla cucina, e ricordiamo i termini più conosciuti da tutti.

 «Si può cominciare dalla mattina presto con l'espresso o il cappuccino, per proseguire con l'aperitivo che non so come si possa tradurre in altre lingue. Poi a pranzo abbiamo pastasciutta, spaghetti, lasagne, tortellini, tagliatelle e possiamo continuare fino all'ammazzacaffè».

 

Possiamo dimenticare la pizza?

 «Certo che no. Al punto che abbiamo candidato la tradizione dei pizzaioli napoletani a diventare patrimonio immateriale dell'Unesco. Dobbiamo reagire e riaffermare origini, identità, storie, in una specie di controffensiva culturale».

 

Il made in Italy certamente aiuta.

 «Si può dire che questa controffensiva culturale la stiano facendo proprio i marchi italiani. E' il mercato stesso che ha definito questa strategia, quando abbiamo visto che l'abbinamento con l'italiano fa vendere di più. Il consumatore di tutto il mondo abbina i nostri prodotti a qualità, tradizione, gusto. Insomma, con la nostra lingua possiamo fare tendenza, richiamare a uno stile di vita e a una creatività che pochi altri possono vantare».

 

In pratica ci possiamo riprendere un primato, come nel Rinascimento.

 «Esatto, come quando i nostri artisti, artigiani e mercanti raggiungevano le corti di tutta Europa. Per venire ad epoche a noi più vicine, bisogna ricordare che in questi anni di crisi, i comparti dell'economia italiana che sono andati meglio sono stati quelli che hanno raggiunto i mercati internazionali, dove c'è molta domanda di articoli italiani, che nell'immaginario sono belli e ben fatti».

 

Cosa però ci dobbiamo rassegnare a dire in un'altra lingua?

 «Tutta la terminologia "online" è difficile tradurla e quindi non possiamo vincere l'influenza dell'inglese. Però volendo con l'italiano si può dire tutto. Forse anche nelle scuole dobbiamo insistere di più sulla varietà delle nostre parole e delle nostre espressioni».

 

Una parola italiana che tutti dovrebbero conoscere nel mondo?

 «Bellezza. E' un concetto che racchiude tutta la nostra cultura. Basti dire che siamo tra i pochi sistemi industriali che introducono sempre un elemento di bellezza nella realizzazione di ogni prodotto. Anche in un freno interno a una ruota applichiamo un design di bellezza, che poi viene addirittura esposto al Moma di New York, come accaduto ai prodotti di Brembo».