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«In Libia ci sono ancora troppe armi e troppi interessi»
13 marzo 2017

Storia e politica/Francesco Paolo Trupiano, ambasciatore dal 2004 al 2010, e il suo saggio sull'era Gheddafi •

È in libreria «Un ambasciatore nella Libia di Gheddafi» (Greco e Greco, 579 pagine, 15 euro). Diplomatico a Tripoli dal 2004 al 2010, dopo un'importante carriera, Francesco Paolo Trupiano ha fissato i suoi ricordi su un periodo fondamentale per i rapporti fra Italia e Libia, Paese oggi conteso fra il legittimo presidente Al Seraj, mandatario delle Nazioni Unite, e il generale Haftar, sostenuto da Egitto, Russia e Francia.

Trupiano: quando lei arrivò, qual era il modus operandi di Gheddafi nei confronti dell'Italia?

È sempre stato lo stesso dal 1969, da quando ha preso il potere. L'Italia, in quanto ex potenza coloniale, nella sua visione aveva brutalizzato il Paese soprattutto in alcuni momenti della conquista e del rafforzamento della colonia. Il rapporto tra Italia e Libia è stato vissuto fra tensioni ed interessi comuni. Tutti i governi italiani si sono adoperati per raggiungere un'intesa con la Libia: intesa che in un senso venisse incontro ai desideri di Gheddafi e nell'altro promuovesse i rapporti commerciali, ma anche politici in senso lato. All'epoca, nel Mediterraneo c'era la sesta flotta americana e non si voleva quella sovietica; oggi ci sono i russi. Un tempo non c'era ancora l'aspetto migratorio. In anni precedenti il Gheddafi terrorista aveva rinunciato alle armi di distruzione di massa ed era diventato uno con cui si poteva trattare. Nel 2004 c'era stata da pochissimo la visita di Berlusconi, che aveva inaugurato il gasdotto da Mellitah fino a Gela, tuttora attivo, che sembrava aprire una nuova partnership...

 Il momento più drammatico della sua missione fu probabilmente l'assalto della folla al consolato di Bengasi...

Fu il punto di maggior tensione, con la distruzione della sede del consolato italiano e la necessità di evacuare, durante la notte, il console generale ed altri impiegati. Questo incidente fu una circostanza dovuta, da una parte, alle famose magliette anti-islamiche; ma dietro c'era la situazione della Cirenaica, tenuta da sempre sotto il tallone. La rivolta contro Gheddafi scoppia a Bengasi il 17 febbraio 2011, lo stesso giorno dell'attacco al consolato. L'insurrezione antigheddafiana voleva ricordare l'anniversario dell'evento e la morte di coloro che si erano scontrati con le forze di sicurezza del dittatore.

 Come vivevano i libici ai tempi di Gheddafi?

C'erano grandi differenze fra Tripoli ed altre parti, più arretrate. Peraltro, con il sistema di Gheddafi di elargizioni continue la gente aveva potuto avere accesso a supermercati e a grandi magazzini. Dal Giappone e dalla Corea venivano migliaia e migliaia di auto, parte immesse sul mercato e parte donate a dipendenti pubblici. Non vi era nessuna libertà democratica, ma si stava diffondendo un certo benessere...

 Silvio Berlusconi, attraverso il trattato di amicizia italo-libico, a fronte di un nostro impegno oneroso ottiene una politica di controllo dell' immigrazione...

Una premessa. Tutti hanno cercato di raggiungere un'intesa: Andreotti, Dini, D'Alema, Prodi... Era considerata d'interesse nazionale. Berlusconi si è occupato immediatamente di questo. La necessità dell'accordo con la Libia precede il problema delle migrazioni e diviene fondamentale. Vi sono i problemi degli approvvigionamenti energetici e della sicurezza nel Mediterraneo, oltre che del terrorismo. Negli ultimi anni cresce il problema immigrazione: anche se i numeri sono diversi, il patto fra Gentiloni e Al Seraj è sulle stesse basi di quello tra Berlusconi e Gheddafi. Berlusconi ce l'ha fatta dove gli altri non erano riusciti.

 Che prospettive vede?

La Libia è in una situazione disastrosa. È divisa, e non soltanto in due. L'Onu e l'Unione Europea appoggiano Seraj. Perché la Francia, che fa parte dell'Unione Europea, appoggia Haftar? Si stanno tentando degli equilibrismi. Ma il problema non è solo quello. In Libia ci sono ancora troppe armi e troppi interessi. Ulteriori incognite sono la posizione di Trump, che non pare interessato; e non solo l'immigrazione, ma anche il terrorismo.