Archivi
 
Archivio 'zibaldone'
 
Archivio 'il punto'
 
 
Lo zibaldone  Lo zibaldone
 

Vita (blindata) di ambasciatori in prima linea
29 settembre 2012

io donna







Vita (blindata) di Ambasciatori in prima linea
di Guido Olimpio - “Io donna”, femminile del “Corriere della Sera”, 29 settembre 2012

La tragica fine di Chris Stevens riaccende i riflettori sulla solitaria (e fragile) esistenza dei diplomatici nelle zone più esposte del mondo. […]

 Costretti a vivere in una sorta di bolla, in compound "all inclusive". Guardati a vista da gigantesche guardie del corpo e circondati da misure di protezione. Che li isolano, ma spesso non li difendono

CHRIS STEVENS non ha mai amato le formalità. L'ambasciatore americano in Libia quando era necessario indossava giacca e cravatta, ma appena poteva girava in abbigliamento casual. Scelta che era anche un modo di interpretare il proprio ruolo. Voleva essere tra la gente per capire la gente. Con un approccio diretto. Ben lontano dalla rigidità del cerimoniale. All'opposto del funzionario che non vuole sporcarsi le mani, ma neppure impolverarsi il completo blu. Due stili che in questi anni tumultuosi, con le ambasciate tramutate nel primo bersaglio, hanno contrassegnato il comportamento dei diplomatici all'estero. Tutto è facile - o quasi - quando si è in Paesi normali. C'è sempre il rischio attentati, ma le misure di sicurezza autonome, unite a quelle dello Stato che ospita, rappresentano uno scudo adeguato. Il funzionario deve stare attento ai suoi contatti, a non dire una parola di troppo, a coltivare i rapporti giusti. Lavoro che può essere faticoso - dipende dai posti - ma che ha anche un lato piacevole. I colloqui al ministero s'intrecciano con i ricevimenti. Strategia e mondanità, alta politica e pettegolezzi. Un aperitivo e qualche drink. Anche le gentili compagne dei diplomatici hanno un loro ruolo. Che non è solo fatto di tè e pasticcini. Ci sono mogli che possono costruire a loro volta una rete di relazioni sociali molto ampia, nella quale spesso resta più di qualcosa. Ma tutto questo è solo una faccia della Luna. Gradevole, dolce e normale. Non è infida e cattiva come quell'altra. Il dramma di Stevens - che oltre a essere ambasciatore, era un mio amico - ha mostrato come la vita di un diplomatico esperto possa essere spezzata in un luogo dove pensava di avere pochi nemici. È questo il prezzo che ha pagato per aver portato avanti il suo incarico in modo profondo. Sapendo che la regola, in certi posti, è che non ci sono regole. Una situazione molto frequente per i rappresentanti di Stati Uniti e di Israele, Paesi da sempre nel mirino, ma che nella stagione del post 11 settembre ha coinvolto molti diplomatici occidentali e le loro famiglie. Il console italiano a Bengasi, Giovanni Pirrello, ha rischiato di bruciare vivo nel 2006 durante l'assalto alla rappresentanza.

Se ti mandano nella nuova Libia o nell'Iraq del dopo Saddam sai che ai problemi politici si aggiungono quelli personali. Devi capire quello che accade nella capitale e ciò che può capitare a te. Sono realtà in cui il diplomatico ha bisogno di canali alternativi. E questi non si mantengono con i normali contatti. Serve incontrare persone al di fuori dell'ufficialità, andare in giro, interagire. Ed è quello che ha sempre fatto Stevens, aiutato dalla padronanza della lingua francese e dell'arabo. Senza il rallentatore dell'interprete si parla meglio, si cementa un rapporto di fiducia. Già, la fiducia. Devi conquistarti quella dei tuoi interlocutori, spesso diffidenti. Ma devi anche guardarti le spalle dalle sorprese. In alcune aree del mondo un occidentale può diventare una preda preziosa. E se cerca qualcosa di succoso, notizie che al ministero del Paese che lo ospita non gli dicono, è chiaro che deve prendere dei rischi. Avere rapporti con dei dissidenti può innescare eventi non graditi. I servizi segreti ostili ti seguono e risalgono la filiera, neutralizzando i nemici del regime. Oppure ti mettono alla porta. E' un gioco di equilibrio e di specchi. A volte è difficile distinguere l'amico dal nemico: però, alla fine della giornata, il diplomatico può portare a casa risultati. La cena nel ristorante popolare, i caffè con un interlocutore, le chiacchierate con l'oppositore sono pepite grezze che, con il passare del tempo, diventano oro. E' un'esistenza in cui lavoro e tempo libero si confondono. Non c'è confine. Bisogna essere preparati mentalmente per questo. Perché è come vivere in una "bolla", più o meno ampia. Più facile se sei scapolo - e Stevens lo era, più difficile se il diplomatico ha una famiglia. Nei luoghi scomodi, a volte veri avamposti, il funzionario e i suoi vivono nei mitici compound. Complessi attrezzati e protetti, guardati a vista. Alcuni sono "all inclusive", quasi come un villaggio. Tutto ciò che serve è all'interno, in modo da ridurre al minimo i pericoli. E di solito la difesa inizia dal muro esterno. «Quando consideravo le misure di protezione della sede, mi ritenevo soddisfatto» afferma Edward Djerejian, ex ambasciatore americano in Siria e in Israele. «Relativamente soddisfatto. Ai responsabili della sicurezza dicevo: "Ok, noi abbiamo costruito un muro alto tre metri, ma che cosa accade se arrivano con una scala di tre metri e mezzo? È quello che è successo al Cairo"». E, infatti, nella capitale egiziana i dimostranti che protestavano contro il film blasfemo lo hanno scavalcato. E lo stesso stava per succedere a Sana'a', in Yemen. A conferma che la lancia è sempre più acuminata dello scudo. Anche se spendi fortune per forgiarlo. Gli Usa, nel 1998, stanziavano 200 milioni all'anno (154 milioni di euro) per la sicurezza dei diplomatici, quest'anno il Dipartimento di Stato ha chiesto un budget di 1,6 miliardi di dollari (1,2 miliardi di euro) e con 688 milioni (più di 500 milioni di euro) solo per "migliorare" apparati esistenti. Sempre il Dipartimento gestisce un gigantesco "parco" di vetture blindate. La sola ambasciata di Baghdad - una vera fortezza - ne ha 914. Ognuna costa non meno di 150 mila euro. Fatevi due calcoli. Chris Stevens, a Bengasi, aveva la sua jeep corazzata. E l'aveva anche quando si infilava, nel 2002, nei territori palestinesi in piena intifada. Ma quando arrivi con quei bestioni non passi inosservato. E la tua scorta non è composta da "angeli" invisibili, bensì da armadi umani. Tutti si accorgono della tua presenza. In certi momenti, persino agli agenti della Cia in servizio in zone di guerra sono stati posti dei limiti di movimento nei timore che finissero in qualche agguato. Ma come fa James Bond a spiare se deve agire in condizioni esterne perfette? È dura. Così è accaduto che l'intero team dell'Agenzia schierato nella base Chapman a Khost, in Afghanistan, sia stato spazzato via nel 2009 da un informatore-kamikaze che in realtà "lavorava" per i talebani. Invece di incontrarlo in terreno neutro, la responsabile della squadra, Jennifer Matthews, 45 anni, madre di due figli, lo ha invitato nell'accampamento. Un luogo spartano dove lei era l'unica degli 007 ad avere un bagno privato. Un lusso. L'incontro con la talpa si è concluso con una strage costata la vita alla stessa Matthews e ad altri 8 agenti. Erano convinti che l'uomo avrebbe svelato il nascondiglio di Ayman Al Zawahiri, il vice di Osama. E gli avevano anche fatto preparare una torta perché era il suo compleanno. Un summit al di fuori dalle regole. Un errore fatale.