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«Noi, diplomatici, rimasti senza risorse»
di Lucia Bellaspiga
“Avvenire”
28 luglio 2017

Dopo la Conferenza. Il neopresidente del sindacato dei dipendenti del ministero Affari esteri: organici ridotti all'osso, a partire dagli scenari di crisi. Il nostro ruolo? sostenere anche l'economia


Non è tutto oro ciò che luccica. Un detto che ben descrive la situazione della nostra diplomazia: un mondo apparentemente ricco e felice, in realtà "in ginocchio", secondo chi da dentro vive un declino inversamente proporzionale al ruolo che ambasciatori e consoli hanno per l'Italia nel mondo globalizzato.

«Il personale di ruolo del ministero degli Esteri è diminuito quasi del 25% in dieci anni e le risorse finanziarie oggi sono al minimo storico», spiega Francesco Saverio De Luigi, neo presidente del sindacato rappresentativo della carriera diplomatica (Sndmae), a commento della Conferenza degli ambasciatori d'Italia appena conclusa, emblematica già nel titolo: "Sicurezza e crescita nell'età del disordine - La diplomazia italiana di fronte alle sfide globali".

Ministro De Luigi, a fronte di compiti crescenti nei più diversi scenari globali, spesso anche rischiosi, le nostre sedi all'estero sono perlopiù al lumicino...

Spesso il personale è composto da un solo diplomatico, adiuvato da uno o due funzionari. E’ ormai paradossale il divario tra le declinanti risorse disponibili e i crescenti compiti istituzionali indispensabili al sistema Paese, se vuole continuare ad avere un ruolo di rispetto nella politica e nell'economia mondiale. Da tempo i diplomatici italiani sono diventati anche veri procacciatori di affari, tanto che nel solo 2015 i rapporti intessuti dal ministero degli Esteri hanno portato alle imprese italiane 16,4 miliardi di valore aggiunto, 234mila posti di lavoro e un gettito fiscale di 7 miliardi di euro. Se si vuole che l'Italia resti presente nel panorama economico di un mondo che intanto va avanti, è necessario riaprire alle assunzioni nelle aree funzionali (ad esempio è dal 2004 che non vengono banditi concorsi per funzionari commerciali) e restituire una speranza ai tanti giovani di talento che ancora affrontano la carriera diplomatica.

Si tratta di una crisi solo italiana?

Le risorse umane e finanziarie, pari ad appena lo 0,11% della spesa pubblica italiana, come ricordato anche dal ministro Alfano nella Conferenza degli Ambasciatori, sono una frazione di quelle messe a disposizione dai principali Paesi europei. Nelle 296 sedi italiane all'estero, tra ambasciate, rappresentanze permanenti presso organismi internazionali (Ue, Onu), consolati e Istituti di cultura, lavora un quarto del personale presente nelle stesse sedi francesi o spagnole, e con una percentuale del bilancio pubblico destinato agli Esteri inferiore di 4-5 volte. Se fino a oggi la nostra diplomazia non è affondata lo si deve solo alla preparazione e all'abnegazione del personale. Ma quanto potrà durare? Il capitale umano ha bisogno di essere valorizzato e motivato, invece a fronte di una selezione durissima i giovani ricevono spesso un trattamento ben lontano da ciò che si aspettavano e ai senior non vengono offerte opportunità di utilizzare al meglio lo straordinario bagaglio derivante da percorsi di carriera nel mondo. Come se l'Italia non ne avesse bisogno.

Eppure per affrontare la carriera è richiesta una preparazione elevatissima.

I giovani diplomatici devono superare un concorso decisamente selettivo, e per contro hanno l'aspettativa di una carriera stimolante, dinamica, aperta verso le dinamiche della vita internazionale, oggi molto più complesse che in passato. Invece la realtà si rivela deludente: una burocrazia immobilizzante, sistemi informatici obsoleti, metodi di lavoro inefficienti. I drastici tagli di risorse e di organico precludono loro autentiche prospettive di carriera, e le famiglie sono spesso monoreddito, essendo difficile per i coniugi lavorare all'estero, visto che l'Italia non segue politiche in questo senso, già avviate invece da altri Paesi europei. Solo quest'anno andranno in pensione 120 persone di ruolo, quando e come verranno sostituite?

Voi denunciate anche la poca trasparenza nelle carriere, più "politiche" che meritocratiche. È un'accusa grave.

Ma è la realtà. Nei gradi iniziali della carriera sono cruciali le valutazioni annuali, il cui obiettivo sarebbe "favorire un'efficace selezione dei funzionari da avviare a incarichi maggiori... ". Arrivati II Palazzo della Farnesina poi ai gradi più alti subentra non di rado il peso delle influenze della politica a discapito delle competenze, che passano in secondo piano. Da tempo chiediamo di cambiare, per valorizzare il ruolo di "terzietà" della carriera diplomatica, nell'interesse della funzione istituzionale della proiezione dello Stato all'estero.

Anche perché nel mondo d'oggi i diplomatici si trovano a lavorare in contesti molto pericolosi o comunque delicati, tra migrazioni e terrorismo.

In aree ad alto rischio ci ritroviamo con l'organico ridotto all'osso. Ma anche in aree invece ad alto interesse economico e commerciale. Ridare slancio alla Farnesina sia a Roma che nelle sedi estere non è più procrastinabile, ne va del futuro di una istituzione chiave dello Stato, che ha il fondamentale compito di rappresentare l'Italia e i suoi valori nel mondo e promuovere gli interessi nazionali in scenari internazionali sempre più competitivi. O vogliamo davvero scomparire?