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Sangue in Argentina, silenzi a Roma. La denuncia del diplomatico Osio
di Sergio Romano
“Corriere della Sera”
06 novembre 2017

La storia dell'America Latina, fra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso, è una lunga sequenza di rivolgimenti politici e colpi di Stato. La serie comincia in Guatemala con un golpe di militari spalleggiati dalla Cia nel 1954, prosegue con la rivoluzione castrista del 1959, l'apparizione del Fronte sandinista di liberazione nazionale in Nicaragua nel 1961, il colpo di Stato dei militari in Brasile e Bolivia nel 1964, la caccia a Che Guevara e la sua morte in un dipartimento boliviano nel 1967. Il golpe più clamoroso fu quello del generale Augusto Pinochet contro il governo di Salvador Allende in Cile nel 1973. Agli occhi di molti governi europei e di quella opinione pubblica che aveva appena assistito con simpatia alle «rivoluzioni» studentesche sulle due sponde dell'Atlantico, la vicenda cilena parve una evidente lotta tra il bene e il male. Molti Paesi, fra cui l'Italia, manifestarono la loro ostilità a un regime che si era imposto con la forza e stava brutalmente eliminando tutti i suoi oppositori.

La crisi argentina degli stessi anni, invece, sembrò più difficilmente decifrabile. Il generale Perón era tornato in patria dopo un lungo esilio (17 anni) e aveva riconquistato la presidenza nell'ottobre del 1973. Ma il suo movimento si era frantumato e aveva generato una sinistra rivoluzionaria (i Montoneros) che lo stesso Perón cercò di eliminare dalla scena politica. Il caudillo argentino, tuttavia, morì nel 1974 e il potere, come in uno Stato dinastico, passò alla moglie Isabelita. I militari, nel frattempo, stavano dando crescenti segnali di impazienza e nel marzo del 1976 si sbarazzarono della vedova per meglio combattere una guerra sucia (guerra sporca) che lasciò sul terreno parecchie migliaia di vittime: uomini e donne che sparivano nel nulla per riapparire occasionalmente qualche settimana dopo quando le maree ne gettavano i cadaveri sulle sponde del Rio della Plata.

Molti governi, come quello italiano, non vollero prendere partito contro la giunta dei generali, e si limitarono a qualche prudente protesta. La matassa era troppo imbrogliata e l'ordine assicurato dai militari (in un continente dove Castro e il Che avevano acceso speranze rivoluzionarie), sembrò preferibile al disordine delle troppe fazioni che occupavano il campo democratico. Ma nell'ambasciata d'Italia vi era un giovane diplomatico, Bernardino Osio, che non approvava la linea del suo governo e non esitò a dirlo. Era un cattolico lombardo, buon osservatore delle vicende argentine (aveva già passato alcuni anni a Buenos Aires) ed era ben conosciuto anche in Vaticano, dove molte porte gli erano aperte, oltre che dalla sua fede, dalla memoria del nonno Bernardino Nogara: un banchiere che aveva brillantemente gestito le finanze vaticane quando il governo italiano, nel 1929, aveva pagato la Conciliazione con 750 milioni in contanti e un miliardo in cartelle di consolidato 5% al portatore.

Ma la Santa Sede non era meno reticente del governo italiano e i messaggi che Osio lanciava verso la segreteria di Stato non ricevevano risposta. Segnalò, per scuotere il Vaticano dal suo torpore, che la Chiesa cilena non aveva esitato a creare una Vicaria della solidarietà per la ricerca delle persone scomparse. Non sarebbe stato giusto e opportuno che la Chiesa argentina facesse altrettanto? Ma le gerarchie ecclesiastiche sapevano che la Giunta militare godeva di simpatie anche negli ambienti cattolici e preferivano stare alla finestra. Forse erano preoccupati dalla teologia della liberazione più di quanto fossero preoccupati dai generali. Per un atto di contrizione fu necessario attendere il 10 settembre del 2000 quando il presidente della Conferenza episcopale argentina era il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires. Tutto questo è raccontato da Osio in un libro pubblicato dall'editrice Viella di Roma con il titolo “Tre anni a Buenos Aires 1975-1978”. L'autore vorrebbe che anche il governo italiano chiedesse perdono agli eredi delle vittime. Ma quando chiedono perdono per eventi passati, i governi sono quasi sempre motivati da ipocrisia e opportunismo. Mi basterebbe che il libro di Osio venisse letto da chi non può avere una personale memoria di quegli avvenimenti.