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Tre uomini in guerra incontro a sé stessi
di Fernando Gentilini
“La Stampa”
23 febbraio 2018

Le storie incrociate di Amedeo Guillet, Felice Benuzzi e Renato Prunas: impegnati su tre fronti diversi del secondo conflitto mondiale, e poi fianco a fianco nella diplomazia repubblicana, come un personaggio di Borges seppero cogliere il momento fatale in cui ognuno "sa per sempre chi è”

Alla guerra privata di Amedeo Guillet in Eritrea, alla fuga sul Monte Kenya di Felice Benuzzi e al piccolo miracolo diplomatico di Renato Prunas nel «Regno del Sud» sono stati dedicati articoli, saggi e trasmissioni televisive. Ma forse sono tre storie da ricordare insieme, e non soltanto perché si svolsero su tre fronti della stessa guerra, o perché qualche anno dopo i loro protagonisti si ritrovarono fianco a fianco nelle file della diplomazia repubblicana.

Ad accomunare le imprese di Guillet, Benuzzi e Prunas ci sono anzitutto una certa idea della vita e del mondo, e la lucidità, nell'attimo decisivo, con cui ciascuno di essi seppe riconoscere il proprio destino.

 
Fronte eritreo, 1941

 Per i suoi uomini era il Comandante Diavolo, perché in battaglia non aveva paura di nulla. D'altronde solo un demonio poteva uscire incolume da una carica di cavalleria contro i carri armati Matilda, come quel giorno a Cherù. In realtà il tenente Amedeo Guillet, veterano d'Etiopia, Spagna e Libia, era solo un uomo tutto d'un pezzo, che non mollava mai. Uno che nella primavera del 1941, mentre tutti in Eritrea parlavano di resa, sognava di tenere impegnati gli inglesi in Africa Orientale a ogni costo, per impedirgli di inviare rinforzi in Libia contro altri italiani.

Nessuno sa bene cosa gli passa per la testa la notte in cui decide di disobbedire agli ordini per la prima volta in vita sua. Forse pensa al re, alla sua amata Bice, o agli amici persi in battaglia. Fatto sta che a un certo punto indossa la futa del guerrigliero al posto dell'uniforme e, mentre gli altri si preparano a deporre le armi, lui, alla testa di pochi indigeni irriducibili, inizia la sua guerra privata contro gli inglesi.

Il gesto acquista il respiro di un'epopea negli otto mesi successivi, grazie a una serie di operazioni di sabotaggio contro treni, telegrafi, convogli e depositi di munizioni. Nei circoli militari di Asmara non si parla d'altro, del nuovo Lawrence italiano e della taglia sulla sua testa. Ma intanto Guillet continua a tenere gli inglesi sotto scacco, grazie alla sua buona stella e alla perfetta conoscenza del territorio. Solo alla fine del 1941, ferito e in preda alle febbri, decide di sciogliere la banda e rifugiarsi nello Yemen.


Fuga sul Kenya inverno 1942-43

 Neanche duemila chilometri più a Sud, il funzionario coloniale Felice Benuzzi è prigioniero di guerra nel campo inglese di Nanyuki (P.ON. 354), ai piedi del Monte Kenya. I suoi compagni di prigionia non fanno caso a quel gigante innevato che emerge dalla savana, hanno altri pensieri. Ma per Benuzzi è diverso, perché lui è un amante del ripido. Così, quando lo vede all'orizzonte per la prima volta («argenteo, circonfuso di nubi, tagliente, aguzzo, intarsiato di ghiacci»), si rende conto di essere anzitutto un alpinista e che quel cinquemila sta scritto nel proprio destino.

Evade la notte del 23 gennaio 1943, assieme a Giovanni Balletto e Vincenzo Barzotti. Si sono preparati per mesi, mettendo da parte cibo e costruendo ramponi, piccozze, corde e chiodi con materiale di fortuna. Sanno che è una scommessa folle, e che c'è il rischio di finire sbranati nella savana ancor prima di iniziare l'ascesa. Ma più di tutto vogliono urlare la libertà che portano dentro, sentirsi uomini invece che numeri.

Il 6 febbraio Felice e Giuàn piantano il tricolore in cima a Point Lenana, 4985 metri (Enzo, in preda a un malore, è costretto ad aspettarli più in basso). Dopo di che, come se niente fosse, i tre fanno rientro al campo e si riconsegnano agli inglesi. Durante i sette giorni in cella sono felici. Non si rendono ancora conto di aver scritto una pagina memorabile nella storia dell'alpinismo.

 
Brindisi-Salerno 1943-44

Dopo l'8 settembre il governo Badoglio decide di affidare la riorganizzazione della diplomazia italiana all’ambasciatore Renato Prunas. Un nobile sardo, entrato in carriera nel 1923, che durante la guerra ha rappresentato l'Italia in un paese neutrale, il Portogallo, e non è quindi compromesso con il regime né con gli ex alleati tedeschi.

Prunas raggiunge Brindisi via Algeri. E, in un ministero degli Esteri sprovvisto di tutto, inizia a ragionare su come rompere l'isolamento imposto dalla Commissione di controllo alleata e riacquistare un qualche margine di manovra in politica estera. Deve cercare una sponda, far leva sul malcontento di altri Paesi. E l'attenzione cade fatalmente sull'Unione Sovietica, che della Commissione alleata non fa parte e siede solo in un comitato consultivo. Prunas apre un canale segreto con Andrej Vyshinskij, il delegato sovietico per l'Italia. I due s'incontrano I'11 e 12 gennaio 1944 a Salerno. Parlano di comunisti italiani, del rientro di Togliatti, di come riavviare relazioni diplomatiche dirette aggirando i divieti anglo-americani. Prunas intende mettere questi ultimi di fronte al fatto compiuto, e caldeggia un'iniziativa autonoma di Mosca che il Regio Governo non potrà far altro che accettare. E un calcolo azzardato, il calcolo di un diplomatico abituato a correre rischi. Ma qualche mese dopo, con il via libera sovietico allo scambio di rappresentanti diplomatici, l'Italia somiglia già meno a un protettorato, e Prunas può essere orgoglioso di aver realizzato un mezzo miracolo.

 
Il destino in un istante

 In uno dei suoi racconti più emblematici, Borges afferma che «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà d'un solo momento: il momento in cui l'uomo sa per sempre chi è». E ci rivela tale nozione tramite la biografia del sergente Tadeo Isidoro Cruz, il quale un giorno si riconosce nel volto del disertore cui sta dando la caccia, e inizia a battersi al suo fianco contro i suoi stessi soldati. Mi piace immaginare che Amedeo Guillet abbia capito chi era nell'attimo in cui indossò il turbante del guerrigliero; Felice Benuzzi quando si rese conto di non poter resistere al richiamo della montagna oltre i reticolati; Renato Prunas, nel momento in cui da una scintilla negli occhi di Vyshinskij comprese che aveva visto giusto, e che l'Italia avrebbe poco alla volta ripreso il suo posto nel mondo.