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Un nostro grande ambasciatore
da Berlino Roberto Giardina
“ItaliaOggi”
16 novembre 2018

E’ morto a 90 anni Vittorio Luigi Ferraris che ci rappresentò negli anni 80 tra Schmidt e Kohl.

Servì in Germania l'Italia e gli italiani in modo esemplare

 Di un bravo ambasciatore non si dovrebbe notare la presenza, come per un arbitro di calcio. Paradossalmente, se lavora bene per stabilire i migliori rapporti tra il suo paese e quello che lo ospita, dovrebbe diventare superfluo. Ebbene, era impossibile non accorgersi di Vittorio Luigi Ferraris, scomparso martedì nelle Marche, a novant'anni, e di cui si sono ricordati a torto, se non mi sbaglio, solo i giornali locali. Per sette anni ambasciatore a Bonn, da Helmut Schmidt a Helmut Kohl, dal 1980 al 1987, fu un interprete straordinario nel suo ruolo, a cui l'Italia e la Germania devono molto. E si comportava esattamente al contrario di come, secondo il protocollo, si dovrebbe comportare un perfetto diplomatico: ingombrante, anche per la stazza, alto e massiccio, caloroso e invadente, galante con le donne ma rispettoso, rigoroso professionista, conquistò e travolse la piccola città renana, diventata capitale provvisoria della Repubblica federale.

Lo conoscevano tutti, dai ministri all'ultimo deputato, la fioraia alla stazione, e la commessa ai grandi magazzini. “Temperamentvoll”, pieno di temperamento sarebbe la traduzione, ma il termine tedesco intende ben altro. Un tipico atipico italiano. Dobbiamo a lui se molti pregiudizi su di noi furono sfatati. Se poi i tedeschi si sono dovuti ricredere è colpa di nostri politici, e anche in parte nostra. Nato a Roma, di origini piemontesi, era nobile, ma non ricordo il suo titolo, o forse non l'ho mai saputo. A lui non importava. «Essere nobili non è un merito, diceva, il titolo si eredita, ambasciatore può diventarlo qualsiasi idiota, pochi si meritano il titolo di professore», l'unico di cui fosse orgoglioso. Riusciva a conciliare il lavoro diplomatico con l'insegnamento all'università di Napoli. E dopo la riunificazione insegnò a Jena e a Dresda, nella scomparsa ex Germania comunista.

Devo molti particolari importanti sul suo stile diplomatico, a Inge Althoff Adams, a lungo addetta ai rapporti con la stampa e traduttrice nella ambasciata italiana sul Reno. Inutile aggiungere che anche Frau Inge era un'istituzione della nostra sede. Se non fosse stata ottima non avrebbe resistito a lungo accanto a Ferraris. Io giunsi in Germania anni prima di lui, ero abituato a consoli italiani introvabili, e che pesavano di essere dei piccoli Metternich e non dei funzionari al servizio anche dei nostri tanti immigrati. Ferraris giungeva in ufficio prima delle otto, il suo predecessore non si lasciva a vedere prima delle dieci. Chiamava tutti i suoi consoli, li svegliava a casa loro, ed era sempre in viaggio per la Germania, e ovunque fosse, chiamava l' ambasciata, e a quei tempi non esistevano i cellulari (non si dovrebbe ricordare, ma forse è utile). Obbligava i funzionari a rispondere tempestivamente a tutte le richiese dei cittadini tedeschi, e costringeva i diplomatici a pagare di tasca loro le multe ricevute. Per Bonn girava sulla scricchiolante 126 della moglie, invece che sull'ingombrante limousine di servizio. Affrancava personalmente le lettere, perché era l'unico a conoscere l'importo esatto, e andava all'ufficio postale. L'impiegata allo sportello era una bionda renana, ricorda con affetto Inge. Piccole cose, ma non lo sono. La residenza italiana, come dire casa sua, divenne un punto privilegiato d'incontro per il mondo politico e culturale. Non solo per gli ottimi vini del nobile Ferraris.

L'italiano charmeur, adorato dalle signore, e sempre gentiluomo, travolgente e rumoroso, ma colto e preciso, era un italiano rigoroso e strenuo lavoratore. Solo per un anno ho vissuto a Bonn ai tempi di Ferraris. Ma siamo rimasti in contatto, l'anno dopo nel 1988 organizzò la splendida presenza dell'Italia come ospite d'onore alla Buchmesse, la fiera del libro di Francoforte, e lo vedevo spesso a Villa Vigoni, il centro culturale italo-tedesco sul Lago di Como. Ho conosciuto altri ambasciatori, alcuni ottimi, altri meno, un paio mi misero sulla lista nera perché osai criticarli. E tra gli ottimi, l'ultimo, Pietro Benassi che ha lasciato Berlino a fine agosto. E non è ancora stato nominato il suo successore. L'ambasciata continua a funzionare alla perfezione come un'orchestra orfana del suo direttore, ma i tedeschi, sospetto, saranno risentiti. In un momento cruciale per noi e per l'Europa trascuriamo la sede più importante d'Europa, con buona pace di Parigi o di Londra. Gli ambasciatori non contano? Trent'anni dopo continuo a incontrare tedeschi che mi chiedono di quello straordinario Vittorio Luigi Ferraris.