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Diplomazia della crescita. La sfida degli Ambasciatori
24 dicembre 2012

Consolidare l’alto tasso di rinnovata credibilità che l’Italia può vantare nel mondo
Investire in «diplomazia» è un servizio reso al sistema-Paese e non un lusso inaccettabile in una fase di crisi. È una premessa indispensabile, un discrimine di fondo, se si vuole riflettere con serietà e rigore sul significato e le sfide rilanciate dalla IX Conferenza degli ambasciatori d'Italia svoltasi nei giorni scorsi alla Farnesina. Gli stati generali della diplomazia hanno rappresentato un momento importante, di bilancio e di prospettiva, per un Paese che intende giocare un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale e, in primo luogo, sui due cruciali per l'Italia: l'Europa e il Mediterraneo. Non si tratta solo e tanto di rivendicare più risorse. Si tratta, innanzitutto, di indicare i settori nevralgici per il «fare diplomazia» dell'Italia e da qui ristrutturare il bilancio del Mae, sapendo distinguere gli investimenti (da potenziare) dalle spese (da ridurre). A dare il senso di questa sfida è stato Giorgio Napolitano. «Il 2012 è stato un anno difficile; il 2013 si presenta denso di incognite» e la sfida principale della nostra politica estera è quella di «consolidare e dispiegare l'alto tasso di rinnovata credibilità che l'Italia può vantare nel mondo». Così il presidente della Repubblica nel suo intervento alla Conferenza degli ambasciatori. «Non è il momento di fermarsi a lusinghieri bilanci, il Paese ha più che mai bisogno di poter contare sulla solidità e affidabilità della proiezione internazionale dell'Italia», aveva ribadito il Capo dello Stato, secondo il quale è necessario far «assurgere un'Europa che parli con una sola voce ed esprima una iniziativa comune, a protagonista delle relazioni internazionali in una fase storica nella quale rischia di scivolare, divisa, verso l'irrilevanza». La diplomazia come «motore della crescita», ha sostenuto il ministro degli Esteri, Giulio Terzi. Affermazione da condividere, a patto che ogni ingranaggio di questo «motore» sia «oliato» nel modo giusto. Fuor di metafora, ciò significa investire in formazione del corpo diplomatico, razionalizzare la nostra rete diplomatica, rilanciare la cooperazione per lo sviluppo, rendere più trasparenti i criteri di promozione nella carriera. In una parola, significa scegliere. E scegliere vuol dire anche mettersi alle spalle un passato, quello dell'«era berlusconiana», in cui il credito internazionale del nostro Paese, nonostante la qualità del nostro corpo diplomatico non fosse venuta meno, ha toccato i minimi storici. Mario Monti ha avuto il merito, incontestabile, di ridare spessore e dignità al nostro Paese nei consessi internazionali, ed è altrettanto importante che il candidato premier del centrosinistra, Pier Luigi Bersani, abbia tessuto in questi mesi una rete di relazioni politiche con i leader progressisti europei, a cominciare da Francois Hollande, e con i nuovi protagonisti delle «Primavere arabe». In un mondo globalizzato, qualsiasi rigurgito autarchico, in salsa antieuropea, è un virus da combattere e da estirpare. Ne va del futuro stesso dell'Italia. Scegliere significa anche strutturare il sistema-Paese nel mondo, accettando la sfida dei tagli senza subirla. È quanto ha provato a fare il Sindacato nazionale dipendenti del ministero degli Affari esteri (Sndmae) che, alla vigilia della IX Conferenza degli Ambasciatori, ha presentato il documento «riFarnesina, per una diplomazia della crescita e per una crescita della diplomazia» contenente proposte su come ambasciate, consolati e chi ci lavora «devono cambiare per stare al passo con i tempi». L'Unità ha dato conto, in anteprima, di quel rapporto, cogliendone la portata innovativa. In particolare, l'aver puntato il dito contro la pianificazione insufficiente e la gestione delle reti del ministero all'estero, chiedendo, da parte degli autori, non di accorpare sedi ma piuttosto di riformare regole, compiti e strumenti a disposizione, capovolgendo la logica centralistica che ha caratterizzato le ultime riforme del ministero. Una riforma condivisa, che tenga conto dell'esperienza sul campo e di sensibilità politiche europeiste: una sollecitazione che viene dagli stati generali della nostra diplomazia e che i protagonisti della politica devono assumere e farla propria. Il protagonismo dell'Italia nel mondo passa anche da qui.