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Far West
04 febbraio 2013

Qual è il prezzo della Corte di St. James?
La domanda è seria e la risposta illustra a quali estremità può arrivare in America la logica delle privatizzazioni.
 

In un caso specifico, ci riporta alla situazione antecedente al 1789, quando nella Francia prerivoluzionaria (come in molte altre monarchie) le alte cariche dell’amministrazione pubblica erano messe in vendita al miglior offerente. “What Price the Court of St. James’s?” è il titolo di uno studio del dipartimento relazioni internazionali della Pennsylvania State University. Che calcola quanto costa comprarsi un’ambasciata Usa all’estero. Il punto di partenza è la differenza tra la diplomazia Usa e quella di molte altre nazioni. Da noi gli ambasciatori sono funzionari pubblici, diplomatici di carriera. In America le sedi più prestigiose sono destinate a nomine politiche. E di solito i presidenti mandano in quelle ambasciate dei generosi donatori che hanno contribuito alla loro campagna elettorale. Questo non significa che siano degli incompetenti, o almeno non sempre: possono essere imprenditori di successo con esperienza internazionale, per esempio. Comunque questa è la tradizione americana. Barack Obama non fa eccezione, all’incirca il 30% delle sue nomine di ambasciatori sono andate ad amici e finanziatori. Quello che varia, è il prezzo. Con le campagne elettorali sempre più costose il costo delle ambasciate è indicizzato. Lo studio di Johannes Fedderke e Dennis Jett, docenti alla Penn State, guarda alle statistiche: raffronta i fondi elettorali raccolti e le ambasciate che sono andate ai vari donatori. E sulla base dell’evidenza empirica raccolta in molti decenni redige il tariffario. Che non esiste nei documenti ufficiali ma è reale. Ne emergono dettagli curiosi. La gerarchia del desiderio delle ambasciate più concupite, non riflette l’evoluzione dei rapporti di forze. La vecchia Europa benché declinante rimane la destinazione più ambita (non c’è dubbio che l’ambasciata di Pechino sia assai più rilevante, ma avete visto le ultime foto dello smog nella capitale cinese?). Per avere una chance di essere nominati ambasciatori in una capitale europea, bisogna avere raccolto almeno 750mila dollari per il vincitore dell’elezione. Il titolo dello studio è un’allusione all’ambasciata Usa a Londra (nella Court of St.James’s), una delle più ambite, per la quale bisogna mettere sul tavolo fino a 2,3 milioni di dollari. In cima alla hit parade però c’è Parigi: l’ambasciata Usa in Francia vale 6 milioni di dollari. Ma la sorpresa è un’altra. Dopo essere stati munifici durante la campagna elettorale, alcuni donatori si ritirano sul più bello. Di fronte all’offerta di un’ambasciata di prestigio in una capitale dove la qualità della vita è sublime, dicono di no. La ragione? Le spese vere non fanno che cominciare. L’ambasciatore-mecenate deve accollarsi le spese di rappresentanza. Ricevimenti e altre amenità finiscono sulla carta di credito personale, raramente sul budget del Dipartimento di Stato. Hai voluto l’ambasciata? Ora pedala... Questa logica della privatizzazione ad oltranza, viene portata fino alle conseguenze estreme: ma almeno il contribuente risparmia qualcosa.