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Marò, India allerta le frontiere. "Fermate l'ambasciatore italiano"
di Vincenzo Nigro
la Repubblica
16 marzo 2013

ROMA - Lo scontro fra Italia e India lentamente ma inesorabilmente sale di livello. Dopo che il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha annunciato che i due marò in permesso in Italia non rientreranno più in India al termine del "permesso elettorale", la Corte suprema indiana ha vietato all'ambasciatore d'Italia di lasciare il Paese. E ieri mattina il Ministero degli Interni di New Delhi ha diffuso un ordine a tutti i porti e gli aeroporti: l'ambasciatore Daniele Mancini non può lasciare il territorio dell'Unione indiana.

In Italia l'unica reazione esplicita a questa che nei fatti è una presa d'ostaggio di un ambasciatore protetto dalla convenzione di Vienna è venuta dal Sndmae, il sindacato dei diplomatici. «Le autorità indiane hanno violato la convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. L'ambasciatore è in ostaggio», dice una nota.

Da due giorni la Farnesina invece minimizza, sperando che la gravità della crisi in qualche modo si ridimensioni. Poco probabile, tanto che ieri pomeriggio il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha convocato d'urgenza al Quirinale i ministri degli Esteri, della Difesa e della Giustizia. Napolitano di fatto ha preso in mano la gestione della crisi: una fonte vicina al Quirinale riferisce che «il presidente era stato informato della decisione del ministro degli Esteri di annunciare all'India che si sarebbe cercato un arbitrato internazionale e che i due militari non sarebbero stati fatti rientrare». Ma al Quirinale erano stati indicati dei «cardini nell'azione diplomatica italiana» che Napolitano in queste ore non ha visto rispettati.

Non è chiaro quali siano questi riferimenti che il capo dello Stato non ritrova fra le cose che gli erano state annunciate prima dell'11 marzo e che adesso non corrispondono alla realtà dei fatti. Una cosa è certa: ad alcuni leader di partiti politici sentiti da Repubblica, ad altri dirigenti dello Stato coinvolti nella decisione, il ministero degli Esteri aveva venduto l'illusione che «l'India protesterà per qualche giorno, forse per 10 giorni, ma poi la tempesta passerà». Nel comunicato che Napolitano ha fatto diramare al termine della riunione con i tre ministri viene ripetuto che l'Italia cerca una soluzione internazionale alla crisi, come auspica anche il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon. Il che significa trovare una corte, un tribunale internazionale, per gestire un processo che l'India non vuole perdere e che l'Italia non vuole permettere sul territorio dell'Unione. Da giovedì l'India ha avviato una revisione strategica delle relazioni con l'Italia, per cui oltre al colpo di teatro del divieto di espatrio per l'ambasciatore, presto potrebbero essere annunciate nuove misure. Ieri sera il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid a proposito del blocco di Mancini ha fatto capire che quella del ministero degli Interni potrebbe essere stata un applicazione troppo zelante della direttiva della Corte Suprema. Kurshid sa bene che l'India ha tutta la forza militare per permettersi di bloccare un ambasciatore, ma le ripercussioni politiche e diplomatiche sarebbero fastidiose. I partiti indiani non hanno preoccupazioni di conseguenze internazionali. E il blocco imposto all'ambasciatore Mancini comunque è stato offerto a opinione pubblica e partiti politici come un gesto di dignità nazionale in attesa di nuove misure.

Lunedì mattina il presidente della Corte Suprema Altamas Kabir discuterà la situazione acquisendo ulteriori elementi: non è chiaro cosa stiano pensando di fare Terzi, Di Paola e la Severino.

Ieri il corrispondente dell' Ansa a New Delhi ha visto che l'ambasciata è stata regolarmente aperta, Mancini è uscito oggi in auto per incontrare i legali dei marò e preparare l'udienza insieme ai suoi collaboratori. All'esterno c'è già un buon numero di poliziotti.

Non si capisce se per proteggere l'ambasciata o per controllare il suo titolare.