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Emma Bonino "Italia, ormai la crescita non può più aspettare"
07 ottobre 2013

Il ministro: guai attendere la rivoluzione globale, dobbiamo attrarre investitori

 «Se aspettiamo la rivoluzione globale non facciamo nulla. Alcune iniziative per attrarre investimenti stranieri in Italia e migliorare l’attrattività del nostro Paese saranno attive da subito, altre prenderanno più tempo». Il ministro degli Esteri Emma Bonino suona la carica, l’idea della «diplomazia della crescita», uno dei pilastri della sua azione da quando si è insediata alla Farnesina ha trovato dimora e slancio nelle cinquanta mosse previste da «Destinazione Italia», il piano del governo approvato il 19 settembre e che a breve diventerà operativo, pensato proprio nelle stanze della Farnesina. «Già nelle prossime ore – spiega il ministro – lanceremo una consultazione pubblica per chiedere a investitori, imprese, sindacati, associazioni e cittadini, di partecipare, aiutandoci ad individuare cosa sia importante fare subito».  

Ministro, ma quando arriveranno le norme?  

«Presto, alcune con la legge di Stabilità a metà ottobre, altre con un provvedimento “Destinazione Italia”. Per una volta abbiamo voluto fare le cose diversamente: invece di partire dalle norme abbiamo sviluppato una visione complessiva su cosa e come vogliamo attrarre fatta di 50 misure molto puntuali. E su queste faremo la consultazione pubblica». 

Qualcuno potrebbe però obiettare: non era meglio in questa fase di difficoltà concentrarsi sul sostegno alle imprese italiane?  

«Con “Destinazione Italia” mica stiamo creando un regime privilegiato per le imprese straniere. Al contrario, sappiamo bene che ciò che serve agli investitori esteri è lo stesso di cui hanno bisogno i nostri imprenditori per rimanere competitivi». 

Sta forse pensando alla Giustizia e agli eccessi della burocrazia? Non ha notato qualche passo avanti su questi temi rispetto a quando, cinque anni fa, era ministro per il Commercio Estero?  

«C’è ancora molto, moltissimo da fare. Anche perché in Europa gli investitori non cercano tanto incentivi e sconti fiscali, ma certezze. Sulle regole del mercato del lavoro, sui tempi delle autorizzazioni. E soprattutto la certezza della Giustizia, civile e penale». 

Tema al quale lei è storicamente molto sensibile...  

«Bisogna finalmente capire che non si tratta di una fissazione radicale ma di un ambito fondamentale su cui intervenire, non solo perché l’illegalità non può essere tollerata in uno stato di diritto, ma anche perché è respingente nei confronti di cui vuole investire in Italia, siano nostri connazionali o stranieri, e ha quindi un drammatico effetto depressivo anche sulla nostra economia e sulla crescita». 

Sembra tutto lineare, sin troppo facile. Non teme che qualcosa possa andare storto?  

«Certo se cadesse il governo...». 

 Pericolo scongiurato, almeno per ora. Altri timori?  

«L'instabilità». 

È l’incubo di tutti, ce lo ripetono da Bruxelles al Fondo monetario.  

«Un conto è dire dinanzi a un potenziale investitore che abbiamo 6 giorni di tempo, un altro sei mesi. Come faccio a parlare con una società straniera, sia un fondo o altro, e convincerla a interessarsi al nostro Paese se questa non ha ben chiaro se la controparte la prossima volta sarà la stessa?». 

Chi andrà a caccia di investitori? Gli ambasciatori? Già Berlusconi quando era premier (e ministro degli Esteri ad interim) chiedeva ai diplomatici di fare i manager. Copia Berlusconi?  

«Non voglio degli ambasciatori piazzisti. Diplomatici-manager non significa questo; oggi la diplomazia economica e culturale sono la continuazione della politica estera con altri mezzi».  

E quindi chi venderà l’immagine dell’Italia?  

«Pensiamo a rafforzare le ambasciate con dei professionisti con esperienza e competenza adatte a questi ruoli. Per questo stiamo riorientando la rete in modo da rispondere alle esigenze del mondo di domani, non al ricordo di quello di ieri. Razionalizzeremo la presenza di consolati in Europa per aprirne di nuovi in Medio ed Estremo Oriente, e attrezzeremo con esperti in attrazione di investimenti le nostre rappresentanze diplomatiche e consolari nelle grandi piazze finanziarie del mondo, da dove vengono la maggior parte dei capitali».  

Lei è stata la prima a parlare di «sindrome dell’outlet» per sottolineare che l’Italia deve decidere quali investimenti attrarre. Eppure alcune recenti vicende fanno pensare che avere risorse straniere comporti un rischio-svendita del sistema Italia. Non teme questo effetto?  

«Certamente non dobbiamo metterci a svendere gli asset che ci danno un vantaggio competitivo, ma portare in Italia questi capitali che portino sviluppo e crescita nei territori. Ma su questo tema bisogna essere molto chiari con i nostri cittadini, e spiegare che attrarre investimenti, oggi, è esattamente il contrario di svendere il Made in Italy. In una economia globalizzata come la nostra, rafforzare con capitali esteri il nostro sistema produttivo è forse l’unico strumento che abbiamo per impedire la delocalizzazione delle nostre imprese». 

Fra due anni ci sarà l’Expo, una grande vetrina per l’Italia. Anche gli inglesi hanno aderito, aspettiamo gli americani. È l’ultima chance per l’Italia per tornare protagonista?  

«Gli americani hanno presentato progetti interessanti, li aspettiamo. Comunque dobbiamo uscire da questa retorica dell'ultima chance. Perché ci illude che si debba lavorare bene una volta, in vista di un obiettivo, e poi si possa pure abbassare la guardia e tornare a lavorare male come prima. Il vero successo di Expo lo misureremo sui numeri, ma anche sulla base di cosa rimarrà e succederà dal giorno dopo la fine dell’esposizione».