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Eccoci alla diplomazia digitale (ma si sa davvero usarla?)
16 ottobre 2013

Sui social media sono le fonti a parlare direttamente: da piazza Tahrir durante la primavera araba come dal centro di Boston, pochi secondi dopo l’attentato alla maratona. Anche la maggioranza dei leader mondiali "cinguetta" spesso e volentieri, evitando la mediazione dei giornalisti per promuovere un’opinione o per sferrare attacchi a distanza.

Ma è solo da poco che i capi di Stato e di governo hanno scoperto il potenziale di Twitter per fare arrivare messaggi ai loro pari grado, dando vita, secondo alcuni, ai primi esempi di diplomazia digitale. Eppure Twitter non sembrerebbe, a prima vista, il mezzo ideale per lanciare annunci decisivi a un alleato o a un avversario. Paragonato al continente di Facebook, che ha un miliardo e più di utenti, Twitter è una nazione di "soli" 200 milioni di abitanti. Ma soprattutto assomiglia più a una piazza di mercato che a un vertice internazionale, con una cacofonia di voci trascurabili e tendenze effimere fra le quali non è facile distinguere una notizia di peso. Ma proprio in mezzo a quel cicaleccìo è avvenuto di recente uno scambio di saluti fra i presidenti americano e iraniano che ha rotto il ghiaccio dopo 34 anni di minacce reciproche. «Have a nice day», "buona giornata", ha twittato Hassan Rohani. «Khodahfez», ha risposto Barack Obama.

È l’atto di nascita della twiplomacy, come qualcuno la chiama? Rohani e Obama chiaramente non hanno scelto il codice condensato di Twitter per amore della democrazia. Solo il 18% degli adulti americani che usano Internet ha un account su Twitter, e la maggior parte vi accede in modo saltuario. In Iran, poi, Twitter è addirittura proibito, bloccato dopo aver rivelato la sua devastante portata durante le rivolte di piazza del 2009. Ma a non perdersi nemmeno un tweet è una fetta di popolazione significativa per un leader che vuole provocare una reazione o guadagnare qualche punto in una trattativa: diplomatici, giornalisti, operatori di mercato.

Lo scorso novembre, ad esempio, i vertici delle forze armate israeliane usarono Twitter per lanciare un ultimatum ad Hamas, suscitando risposte aggressive (sempre in 140 caratteri) e legittimando dal loro punto di vista un attacco – che twittarono in tempo reale. Recentemente l’ambasciatrice americana all’Onu ha anticipato con un tweet che la sofferta risoluzione sulla Siria non prevedeva l’uso della forza: Mosca era avvisata che Washington aveva fatto la sua parte, e che non sarebbe andata più in là.
Nessuno crede che i negoziati fra le potenze smetteranno di avvenire dietro porte chiuse e con scambi di comunicazioni riservate.

Ma Twitter può fornire uno strumento in più: un elemento di pressione, o un modo di tastare il terreno senza lasciare tracce (i messaggi possono sempre essere cancellati in un secondo tempo, come ha fatto lo staff di Rohani con i testi da lui inviati ad Obama). Per alcuni diplomatici, però, la combinazione di regole del gioco non chiare e di posta in gioco alta crea la ricetta di potenziali disastri. Le cancellerie in fondo non hanno ancora unità di misura per pesare un messaggio inviato via Twitter, e allo stesso tempo non possono ignorarlo.

La Casa Bianca ha ammesso di essersi basata anche sui tweet di Rohani per decidere di farlo chiamare da Obama. Un passo incauto, forse, che potrebbe aver causato un grave scivolone, come ce ne sono già stati. Tre anni fa il Dipartimento di Stato Usa ha inviato due diplomatici in Siria per convincere il regime ad allentare il controllo su Internet: i loro successi si sono sgretolati quando i due ne hanno parlato su Twitter. Lo scorso anno l’ambasciata americana in Egitto ha fatto temporaneamente deragliare la campagna per la rielezione di Obama quando ha twittato, non autorizzata, una scusa ufficiale al mondo musulmano per un film amatoriale anti-Maometto che era comparso online.

All’alba della twitplomacy, e in attesa del galateo della diplomazia digitale, molti leader navigano ancora a vista. Per loro Alec Ross, guru Internet di Hillary Clinton, ha un consiglio: «La regola non è "non usate Twitter", piuttosto: "Se non ne capite le conseguenze, lasciate perdere"».