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ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
DEI SOCI DEL SNDMAE
Roma, 22 febbraio 2012

RELAZIONE PROGRAMMATICA
DEL PRESIDENTE ENRICO DE AGOSTINI

 

RINGRAZIAMENTI
Vorrei innanzitutto ringraziare il mio predecessore, Maria Assunta Accili, che ha dato prova del suo massimo impegno durante il corso di un anno difficilissimo, forse il più difficile in assoluto, per la nostra Amministrazione e per la carriera diplomatica in particolare. Al di là della diversità di vedute su alcuni punti, desidero fare pubblicamente stato della mia ammirazione per la serietà dimostrata e per uno spirito di dedizione non comune. A Maria Assunta convalescente va tutta la nostra riconoscenza.
Lasciatemi poi ringraziare chi con il suo voto ha espresso la volontà di sostenere il progetto di rinnovamento – del sindacato e dell’amministrazione- espresso nel programma che ho condiviso con i colleghi che si sono candidati al mio fianco. Il consiglio eletto è una squadra di prim’ordine, pronta a dare il suo contributo al rilancio di questa amministrazione.

SPESA E SPENDING REVIEW
Tornato a Roma dopo 8 anni di estero ho trovato una Farnesina in affanno, una Farnesina che subisce tagli di risorse e competenze senza riuscire a far capire al Paese quanto di lei ci sia bisogno per rilanciare l’economia e il prestigio dell’Italia.
Lo stato disastroso delle risorse a nostra disposizione ha origini antiche rispetto alla crisi attuale. Nel 1986 il bilancio degli esteri era lo 0,56% di quello statale, oggi non arriva allo 0, 2%.
Eppure la Farnesina, come, credo, nessun altro ministero italiano, ha cercato di riformarsi per ben due volte nel corso degli ultimi dodici anni.  Abbiamo cercato di prevenire, ma, nonostante questo, ci troviamo ugualmente a dover curare.
È giunto allora il momento di occuparci non solo dell’involucro Farnesina, ma anche del suo contenuto, dei meccanismi che regolano il funzionamento di questa complessa macchina.
I rovinosi tagli subiti da un bilancio che era già al limite minimo del funzionamento impongono con urgenza un esame delle priorità di azione.
E allora, vi domando: vi sembra una priorità spendere 6,5 milioni di euro per finanziare la partecipazione all’Esposizione Internazionale di Yeosu e a quella orticola di Venlo, quando non ci sono più nemmeno i soldi per mandare i diplomatici in missione?
Ora, non mi sembra che ci sia bisogno di spiegare a nessuno che le missioni all’estero sono il core business dell’istituzione Farnesina, siano esse volte a partecipare a tavoli negoziali multilaterali a New York o Bruxelles, o a verificare la sicurezza dei container dove avrà sede la nostra ambasciata a Mogadiscio. Ma ormai si rinuncia a fare una missione su due, perché i fondi sui relativi capitoli, se si eccettuano quelli destinati alle missioni di Ministro e Sottosegretari sono di circa duecentomila euro. Semplicemente non bastano! Ma poi si spendono sei milioni e mezzo per partecipare all’esposizione internazionale. Sinceramente, mi domando quale sia la ratio dietro a questa scelta.
E mi domando anche che senso abbia mantenere aperta una scuola italiana ad Asmara, con insegnanti di ruolo inviati da Roma e pagati di conseguenza, quando i fruitori della stessa scuola sono solo eritrei e quando si potrebbe offrire lo stesso servizio attraverso neo laureati, come fa la Spagna nelle scuole del Nord America. Mi domando se l’estesissima rete dei nostri Istituti di cultura non debba essere ridimensionata in un momento di crisi così profonda. Mi domando se non si possano pregare i membri del CGIE di riunirsi in teleconferenza anziché fare – tutti e novantaquattro - quattro o cinque viaggi in  in business class da un continente all’altro.  Mi domando, infine, se abbia senso tenere aperto un Consolato di prima classe a San Gallo, quando non riusciamo ad aprire una sede a Chongquing o in Turkmenistan, dove inglesi, francesi e americani sono presenti dalla metà degli anni novanta, per ovvie ragioni commerciali.
Io non sono convinto che si debbano tagliare tante sedi, ma qualcuna sì. E sono convinto che se ne debbano anche aprire.
Avere 22 sedi consolari nell’Unione Europea e otto nella sola Svizzera è ormai anacronistico. Come è anacronistico averne tre sole nell’intera Cina, aver tagliato Durban, tener chiusa Ashgabat.  Se tagliare si deve, capiamoci per favore sulle priorità del Paese, che non necessariamente coincidono con quelle delle clientele di alcuni gruppi di connazionali all’estero e dei loro referenti in Italia.

FLESSIBILITA E RISORSE
E adesso passiamo ad un’analisi dell’efficacia della ristrutturazione.
A mio modesto modo di vedere, prima di chiudere sedi e, soprattutto, prima di chiudere sedi consolari - di sedi diplomatiche non se ne dovrebbe nemmeno parlare – ci si dovrebbe assicurare che ciò abbia un senso dal punto di vista del risparmio.
Faccio un esempio.
Nel 2008, quando ero in servizio a Johannesburg,  mi accorsi che l’Istituto di Cultura a Pretoria costava – se non ricordo male - circa 300.000 euro all’anno e organizzava eventi culturali sì e no valutabili in circa 10.000 euro. Un output pari a circa il 3,5 per cento della somma investita. Feci allora una proposta indecente all’Ambasciatore: chiudiamolo. Chiudiamo l’Istituto di cultura a Pretoria e diamo al Consolato Generale di Johannesburg non la metà della somma, non un terzo, ma un decimo del totale: 30.000 Euro. Avremmo triplicato l’offerta di cultura italiana in quella zona del mondo, facendo al contempo risparmiare al nostro bilancio 270.000 Euro all’anno!
In realtà la mia proposta era davvero indecente perché il risparmio realizzato sarebbe stato irrisorio. E me ne sono accorto quando fu chiuso il consolato a Durban (Durban, il porto più importante dell’Africa sub sahariana, Durban, dove la CMC aveva appena vinto una commessa per circa 600 milioni di euro grazie anche all’opera di un bravo console): tutto, dico tutto il personale colà in servizio fu riposizionato su altre sedi. Tranne il console che fu fatto rientrare. Bel risparmio!
E allora, se le nostre spese sono soprattutto di personale e il personale viene solo riposizionato, o cambiamo le regole di gestione rendendole più flessibili, oppure l’intero esercizio non ha molto senso. Mi risulta, purtroppo, che proprio in questi giorni sia in atto in Parlamento un tentativo di irrigidire ulteriormente, anziché rendere più flessibili le norme che regolano il personale a contratto. Forse sarebbe il caso di vigilare affinché questo non avvenga.

FRAZIONAMENTO DELL’AZIONE DI POLITICA ESTERA
Ce ne rendiamo conto, Signor Ministro, il Suo compito è impervio, ma cerchi di spiegare ai Suoi colleghi di governo che al di sotto di una certa soglia di risorse una struttura – pubblica o privata che sia- finisce per diventare inutile. Riesce solo a sostenere se stessa, non ha più un vero valore aggiunto. Se non siamo ancora a questo punto è grazie allo sforzo straordinario che il personale della nostra Amministrazione sta facendo. Ma l’ottica del Governo non può continuare ad essere al ribasso, perché la ripresa è necessaria quanto e più del rigore. E allora a che serve frazionare le competenze, creare nuovi ministeri, come quello della Cooperazione Internazionale o quello delle Politiche Comunitarie? Sappiamo, Signor ministro che con Lei su questo tema sfondiamo una porta aperta e, anzi, Le diamo atto del Suo impegno su questo fronte. Fa bene a impegnarsi, perché non è imboccando la strada dello spezzatino che si raggiunge l’obiettivo della maggiore efficacia della spesa. È semmai il contrario: in Italia ci sono troppi enti che si occupano di proiezione internazionale, non troppo  pochi. Quello che serve è maggiore coordinamento tra loro, altro che avvalimento!
Qui rischiamo di amputare pezzi di rete all’estero, privando il Paese di uno strumento per la ripresa dell’economia, mentre enti pubblici di tutti i tipi – e non mi dite che gli enti locali non siano anch’essi pubblici - continuano allegramente ad andare in giro a fare turismo istituzionale, il cui unico vero risultato è quello di regalare ai loro confusi interlocutori improbabili quanto inutili medaglie commemorative e insignificanti pezzi di cristallo. Noi siamo pronti a darci delle rigorose priorità, ma pretendiamo che lo facciano anche gli altri!

POLITICA DEL PERSONALE
Ma torniamo all’interno della Farnesina.
Si fa un gran parlare della necessità di varare un piano industriale, di rilancio della nostra struttura. Siamo pronti a dare il nostro contributo. Anzi, lo facciamo fin da adesso.
Partiamo allora dal recupero di un minimo di unità, non solo all’interno della carriera diplomatica, ma di tutto il Ministero degli Esteri. Ci vuole una politica del personale nuova, che partendo dal progresso fatto sul fronte delle valutazioni delle Aree Funzionali garantisca loro una progressione di carriera basata sul merito. Una politica che si adoperi a trovare correttivi all’ipocrita quanto iniqua misura delle cosiddette promozioni bianche – i diplomatici – e specialmente i più giovani stanno
pagando cara la crisi. In alcuni casi oltre il trenta per cento del loro stipendio è devoluto forzosamente alla Patria! Il tutto mentre c’è chi – alla chetichella, prende iniziative particolaristiche senza preoccuparsi minimamente degli effetti delle misure proposte sul funzionamento della struttura. A proposito, Le chiedo, Signor Ministro, quale sia la posizione dell’Amministrazione circa la nota lettera di alcuni diplomatici ai Presidenti delle Commissioni Esteri di Camera e Senato e cosa si intenda fare su questo tema.  Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: non siamo in principio contrari all’innalzamento dell’età pensionabile. Ma vogliamo garanzie che la misura non abbia ripercussioni negative sul funzionamento della struttura nel suo complesso.
Tornando al piano industriale, in questi ultimissimi anni i segnali positivi non sono mancati e di questo bisogna darne atto all’Amministrazione. È stato approvato il bilancio unico di sede, è stato introdotto un meccanismo di valutazione della performance delle sedi e del personale non diplomatico – perfettibile quanto si voglia, ma certamente necessario – sono stati, insomma, fatti alcuni passi avanti.
Ma mancano alcuni pezzi.
Manca, per esempio, una organica politica della coppia, la formazione è ancora la cenerentola della nostra amministrazione, quando dovrebbe esserne la locomotiva. E poi bisogna lavorare moltissimo sul necessario collegamento con la società civile, con la quale il rapporto deve diventare veramente osmotico, gli scambi di personale tra noi e le imprese devono essere all’ordine del giorno e devono far parte dei nostri percorsi di carriera. In essi devono comparire incarichi presso imprese private, giornali, banche, per permettere a noi e a loro di comprendere meglio come lavorare insieme. Nel piano industriale inserirei anche un meccanismo di trasparenza dell’assegnazione degli incarichi romani. Nessuno vuole togliere all’Amministrazione la sua discrezionalità su questo tema, ma credo che abbiamo il diritto di essere informati su quali posizioni sono disponibili e sui criteri di assegnazione di ciascuna di loro. Un po’ più di trasparenza forse fornirebbe anche all’Amministrazione maggiori elementi per compiere le sue scelte.
Nel cosiddetto piano industriale inserirei anche il benessere – o, nel nostro caso, il malessere - organizzativo.
L’orario di lavoro al Ministero è davvero bizzarro. Stiamo qui la sera fino a tardi – le otto, le nove, alcuni anche più a lungo, perché non siamo bene organizzati. Detto per inciso, se un collega dell’Auswaertiges Amt sta regolarmente in ufficio oltre le 18,00 viene considerato un ritardato. Mentre se lo fa uno del Foreign Office è un addetto alle pulizie, perché il suo ufficio è stato chiuso da un addetto alla sicurezza!  E invece noi a tarda sera siamo ancora tutti sul pezzo, a reagire spasmodicamente a richieste di appunti e aggiornamenti che dovevano essere pronti ieri anche se la richiesta è partita solo oggi. Ora, l’emergenza può capitare, anzi, nel nostro mestiere l’emergenza è frequente, ma trattare tutto come se fosse un’emergenza equivale a fare tanta ammuina – mi si passi l’espressione - e poca sostanza.
Una maggiore programmazione dell’attività, quindi, è un’esigenza organizzativa obiettiva, che ha un impatto determinante non solo sul benessere dei lavoratori e delle loro famiglie, ma soprattutto sul prodotto finale del loro lavoro. Riflettiamoci.
Infine la formazione. In termini di risorse finanziarie e umane questo settore è la cenerentola della nostra amministrazione, quando dovrebbe esserne la locomotiva. Siamo un’istituzione il cui vero valore aggiunto è dato dalla conoscenza, dalla capacità di comprensione e di analisi, dalla competenza nell’elaborare politiche intelligenti. Non sono qualità che si acquisiscono per caso o per dono divino. La vecchia logica del “se non affoga impara a nuotare”  è perdente. E abbandoniamo una volta per tutte e con decisione la concezione del diplomatico generalista: è una posizione ormai intenibile dinanzi ai nostri concorrenti e alle altre amministrazioni dello Stato. Dobbiamo specializzarci e dobbiamo studiare seriamente e in ogni momento della nostra carriera.
Formazione e specializzazione sono quindi pilastri importanti del nostro nuovo piano industriale. Ma essi vanno di pari passo con la  maggiore credibilità di valutazioni e promozioni.
Per affrontare il padre di tutti i problemi della nostra carriera, partiamo da una frase pronunciata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla recente conferenza degli Ambasciatori del dicembre 2011 e ripresa con molta efficacia dal Cosmopolita, l’organo di un altro sindacato di questo Ministero, la CGIL:
Il Capo dello Stato – dice il Cosmopolita -  ha esortato i diplomatici a riferire con “schiettezza e indipendenza di giudizio”, quale che sia la maggioranza al governo. Il che presuppone che i diplomatici siano scelti per le loro doti di schiettezza e indipendenza e non di passività. Valutare attentamente i curricula, selezionare in base alla comparazione aperta: ecco le elementari regole di sana amministrazione che la Farnesina è chiamata a introdurre nella carriera diplomatica (…) Capacità professionale e dirittura morale vanno di pari passo e allontanano i diplomatici dall’acquiescenza nei confronti sia dei politici di passaggio sia dei potenti superiori."
L’esortazione è quindi chiara: si deve restituire credibilità al metodo di giudizio e di valutazione, oggi troppo facilmente falsato dalle alchimie documentali, dalle valutazioni preconfezionate, dai percorsi di carriera pilotati. Per tornare ad essere credibili dobbiamo essere onesti, riconoscere che i recenti scandali e passi falsi – dalle case a Capalbio a Casapound - sono frutto di un sistema di valutazioni e promozioni che funziona benissimo se si vuole che la cooptazione e l’omologazione sia l’unico vero criterio da applicare. E malissimo se, invece, si pretende, come la Nazione pretende, che sia invece il merito – quello acquisito sul campo, laggiù, nei compound blindati di Bagdad o di Kabul, nei container di Mogadiscio, che sia il merito, dicevo, ad essere il criterio discriminante  delle nomine e delle promozioni.
Non è facile, ne siamo coscienti, restituire credibilità a questo meccanismo, ma se non ci proviamo, non risolviamo veramente nessuno dei problemi più gravi che ci affliggono.
Il SNDMAE chiede l’istituzione di un tavolo di consultazione che abbia l’obiettivo di sostituire l’attuale sistema di valutazione e promozione con uno più giusto, moderno e condiviso, che eviti gli scompensi che sono nella mente di ciascuno di noi.

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Il momento è drammatico, ce lo ripetiamo ogni giorno. E il futuro prossimo è irto di insidie per il Paese e per la nostra Amministrazione.
Ma è anche fecondo di opportunità. Mai come nei momenti di profonda crisi le debolezze del sistema vengono messe a nudo. È giunta l’ora di eliminarle. Mai come quando le risorse scarseggiano si trovano modi per massimizzarne l’impiego. Dobbiamo impegnarci di più.
Mai come adesso, insomma, abbiamo l’opportunità di ricostruire una Amministrazione degli Affari esteri nuova e all’avanguardia in tutto il settore pubblico italiano. È nostro dovere provarci. Erano dieci anni che aspettavamo di avere un’opportunità del genere. Un Ministro che non solo è espressione della Carriera Diplomatica e di questa Amministrazione, ma ne conosce a menadito il funzionamento. Con Lei, Signor Ministro, desideriamo lavorare a una Farnesina migliore, più che mai aperta alle esigenze dei cittadini e delle imprese.  Per farlo dobbiamo identificare con chiarezza le priorità dell’azione, imboccare con decisione la strada dell’innovazione e del cambiamento e dobbiamo imboccarla insieme, senza personalismi e finalmente con equità.
Se ci fossilizzeremo sulle autoreferenziali quanto sterili lodi di quanto sono bravi i diplomatici italiani e di quanto cattivi sono i loro detrattori, affonderemo nella melma degli scandali piccoli e grandi e rimarremo impantanati nei luoghi comuni. Se, invece, sapremo cogliere le opportunità che la straordinaria situazione che stiamo vivendo ci offre, potremo dimostrare che la nostra non è una carriera di viziati figli di papà, ma di fedeli servitori dello Stato pronti a dare il meglio di se stessi per la ripresa dell’economia e del Paese.
Grazie