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Replica Presidente SNDMAE De Agostini a Petrini
21 marzo 2012

Caro Petrini,
            sono d’accordo con Lei: la cooperazione allo sviluppo non è beneficenza. La logica dell’aiuto fine a se stesso, figlia del senso di colpa degli ex colonizzatori, è miseramente fallita nei decenni scorsi, quando fiumi di denaro pubblico furono dispersi nei mille rivoli delle clientele di quello che usava chiamarsi Terzo Mondo. Di sviluppo se ne è creato pochissimo, ma in compenso si è data una grossa mano a mantenere in vita i governi corrotti di quei Paesi. Da lì, oltre che dalla crisi economica, nasce la contrazione dei fondi destinati alla cooperazione. Essa è, come fa giustamente rilevare, cominciata una ventina d’anni fa e ha fatto sì che l’aiuto pubblico allo sviluppo italiano giungesse ai livelli ridicoli che Lei descrive.

            Lei dice: la cooperazione serve a creare sviluppo e lo sviluppo di alcune aree del mondo serve a far funzionare meglio l’economia mondiale, anzi, serve a far funzionare meglio il mondo, in un’ottica di “fair economy”. Benissimo. Ma la cooperazione deve necessariamente essere sostenibile, sia dal punto di vista economico, sia da quello politico. L’esperienza ci dimostra che le economie dei Paesi donatori non possono finanziare all’infinito i programmi di cooperazione in assenza di una contropartita economica, politica e di rispetto dei diritti umani. Chiudere gli occhi dinanzi a questa semplice realtà significa condannare i fondi della cooperazione al declino che hanno conosciuto negli ultimi anni.

            Se, quindi, la relazione tra donatore e beneficiario coinvolge entrambi in una logica di collaborazione alla risoluzione di problemi comuni, allora essa deve essere parte di un disegno più ampio, che si chiama politica estera. La cooperazione, dopo tutto, non è solo quella delle ONG (a proposito, anche loro si servono di fondi pubblici). La cooperazione è anche quella che si attua attraverso crediti di aiuto finalizzati ad interventi strutturali, quella che implica interventi di assistenza tecnica specialistica, quella che si pratica in collaborazione con Organismi multilaterali e quella che si traduce in programmi di educazione e formazione.

            Ben venga, allora, la creazione di un Ministero della Cooperazione Internazionale se essa aiuta il Ministero degli Esteri a coordinare e indirizzare l’utilizzazione dei fondi oggi spezzettati nei bilanci del Ministero dell’Economia e Finanze -oggi di gran lunga il loro maggiore gestore), dello stesso Ministero degli esteri, di quelli dell’Ambiente e dell’Interno (per non parlare dei fondi gestiti dalle Regioni).

            Ma la coerenza degli interventi con l’interesse del Paese sulla scena internazionale non può che essere assicurata dal Ministero degli Affari Esteri e dalla sua rete diplomatica. Anche a questo servono le nostre Ambasciate nei Paesi in via di Sviluppo ed anche a questo servono le nostre Rappresentanze presso le Organizzazioni Internazionali (si pensi alla battaglia contro la pena di morte in sede ONU). Se venisse loro meno il fondamentale pilastro della cooperazione, esse si troverebbero improvvisamente azzoppate, perché prive di argomenti concreti nel dialogo con i loro interlocutori politici ed economici. È questo che vogliamo?

            Non credo. Rafforzare la cooperazione dell’Italia è cosa giusta e necessaria per potenziare il ruolo del nostro Paese nel mondo ai fini di una maggiore stabilità ed equità complessiva. Vanno quindi incrementati i fondi che si sono persi nel tempo e potenziata la gestione che è stata parcellizzata.

            Ma bisogna farlo con coerenza, assicurando la giusta sostenibilità all’interno di una nuova politica estera del nostro Paese, che sia finalmente lungimirante anche nelle aree del mondo ancora in via di sviluppo.

            Distinti saluti,

                                                                                                Enrico De Agostini

                                                                                              Presidente SNDMAE