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La tela sottile della diplomazia
di Roberto Toscano
"La Stampa"
26 gennaio 2014

A volte la diplomazia funziona. La Conferenza sulla Siria sembrava destinata a un fallimento.

Un insuccesso anche più catastrofico di quanto non facessero pensare le già cupe previsioni della vigilia. Le parti - governo siriano e forze di opposizione - avevano infatti esordito con interventi polemici tendenti a squalificare sia politicamente che moralmente l'avversario, invece che a saggiare le posizioni dell'interlocutore. Peggio ancora, sembrava che mancasse anche una minima base comune per dare inizio alla ricerca di un'intesa, per quanto realisticamente limitata.

Certo non aveva aiutato il balletto dell'invito/disinvito all'Iran, un imbarazzante fiasco che sarebbe troppo facile attribuire ad un'imprudente iniziativa personale del Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon, che avrebbe sottovalutato l'opposizione americana alla presenza ai negoziati del principale alleato del regime di Assad. Più credibile sembra invece ritenere che Washington, dopo aver informalmente autorizzato l'invito, abbia poi fatto marcia indietro quando ha visto che la presenza iraniana avrebbe comportato - date le reazioni degli insorti, che avevano subito minacciato il proprio ritiro - il completo collasso di Ginevra II.

Il problema non era soltanto di natura procedurale: il motivo dell'opposizione alla presenza  iraniana era che Teheran non aveva accettato le indicazioni emerse da Ginevra I, e più concretamente l'intesa sull'obiettivo della formazione di un governo di transizione (che per americani e oppositori del regime comporterebbe l'esclusione di Assad).

Nella giornata di venerdì il problema si è riproposto a livello generale, con la pretesa dei rappresentanti delle forze di opposizione che anche la delegazione governativa accettasse la premessa contenuta nel comunicato finale della riunione di Ginevra I.

A quel punto il fallimento era ad un passo, con il ministro degli Esteri siriano Moallem che si era detto pronto a ripartire per Damasco qualora non fosse iniziato un "negoziato serio". Va detto in effetti che appariva improbabile che l'esclusione di Assad fosse accettata come premessa negoziale nel momento iniziale del processo stesso. Tanto più che la situazione sul terreno non vede certo il regime sull'orlo della sconfitta militare, e che dal punto di vista politico quello che emerge dai sondaggi e dalle valutazioni degli osservatori più qualificati è certo un Paese spaccato, ma anche un regime che mantiene una sua non insignificante base di consensi.

E' a questo punto che è entrata in gioco l'abilità diplomatica di Lakhdar Brahimi, l'inviato ONU per la Siria. Come spesso succede in diplomazia, il modo di risolvere divergenze che appaiono insuperabili è trovare formule che possano, nella loro ambiguità, accontentare entrambe le parti, e soprattutto metterle al riparo dall'accusa di "cedimento al nemico". Brahimi ha detto di considerare implicito che le parti abbiano come punto di riferimento le intese di Ginevra I, ma che esistono al riguardo "interpretazioni diverse" sul loro contenuto.

Non solo sembra che si sia così evitato il fallimento dell'incontro, ma addirittura, nella giornata di ieri, si è verificato un passo avanti che fino a poche ore prima sembrava illusorio sperare: un incontro diretto fra le parti.

Anche qui, comunque, è stato necessario fare ricorso alle trovate della diplomazia, alle contorte forme a volte indispensabili per poter affrontare la sostanza.

Dato che le parti non si parlano, in quanto nutrono - e soprattutto devono ostentare - un profondo odio reciproco, l'unico modo di ottenere il risultato di un negoziato bilaterale è stato quello dei "proximity talks", usato in passato in altre occasioni di negoziato fra parti che continuavano, al momento degli incontri, a massacrarsi sui campi di battaglia. Ecco di cosa si tratta: in un tavolo a ferro di cavallo la delegazione governativa siriana sta seduta da una parte, quella degli insorti dall'altra, mentre Brahimi sta seduto al centro. Le parti non si parlano direttamente, ma si rivolgono unicamente a Brahimi che in pratica fa da "passaparola". Si potrebbe sorridere di questa sceneggiata, se non fosse che senza di essa le prospettive di andare avanti alla ricerca del superamento dell'attuale tragica situazione sarebbero nulle. Viva la sceneggiata, dunque.

Ma quali sono le prospettive?

Anche qui la diplomazia ha svolto il suo ruolo, spostando il discorso dalla pretesa di affrontare direttamente la questione di un governo di transizione ad obiettivi meno ambiziosi ma certamente più realisti e anche più urgenti, come il cessate il fuoco e iniziative umanitarie. In concreto, si potrebbe cominciare con un cessate il fuoco nella città di Homs che permetterebbe l'accesso degli organismi umanitari a popolazioni duramente provate dal conflitto.

Il tema del governo di transizione non è certo eliminato, ma si cercherà di affrontarlo successivamente nel corso di negoziati che comunque si protrarranno perlomeno nel corso di tutta la prossima settimana.

Il fallimento di Ginevra II è forse scongiurato, ma il suo successo è comunque tutt'altro che sicuro. I problemi sono infatti molti e molto difficili da risolvere.

Si parla molto, in questi giorni, degli accordi di Dayton che nel 1995 misero fine al conflitto nella ex Jugoslavia, ma è proprio dalle differenza fra le due situazioni che possiamo ricavare un quadro ben poco incoraggiante dalle prospettive del negoziato sulla Siria.

Dayton è stato reso possibile dal protagonismo degli Stati Uniti, l'aquila che, come raffigurato nel simbolo nazionale americano, offriva un ramoscello d'ulivo ma aveva ben saldo nell'altro artiglio il fulmine della guerra. Oggi gli americani, ammaestrati dalle dure repliche della storia recente e orami consapevoli dei propri limiti, non sono più in vena di brandire il fulmine della guerra. E anche se lo facessero non sarebbero credibili. Inoltre, il vero sceneggiatore e regista di Dayton era Richard Holbrooke, della cui lucidità e fermezza molti sentono la mancanza.

Va poi aggiunto che le parti hanno accettato Dayton perché erano militarmente esauste, e avevano abbandonato l'illusione di una vittoria completa. In Siria questo non si è ancora verificato, anche se dovrebbe apparire evidente agli insorti che non sono in grado di sconfiggere militarmente il regime di Assad, mentre Assad dovrebbe rendersi conto che è illusorio sperare di ritornare, con una totale sconfitta dei ribelli, alla stabilità del regime esistente prima del 2011.

Parte del problema deriva anche dalla scarsa rappresentatività di chi sta seduto alla conferenza di Ginevra dalla parte dell'anti-regime. Si tratta di esponenti della Syria Opposition Coalition, braccio politico-diplomatico della Free Syrian Army, soltanto uno, e e nemmeno il più forte, fra i numerosi gruppi combattenti.

Ci si chiede infatti fino a che punto eventuali accordi raggiunti a Ginevra potranno poi tradursi in realtà sul terreno, dove il controllo dei territori sottratti alle truppe governative appartiene in larga parte a unità jihadiste (ISIS, Al Nusra) i cui dirigenti hanno denunciato il negoziato come inaccettabile tradimento al tiranno.

E come si farà, d'altra parte, a garantire che il tiranno scenda a più miti consigli senza la pressione che su di lui potrebbero, e dovrebbero, esercitare i suio principlai sponsors, e in primo luogo l'Iran, la cui esclusione risulta palesemente controproducente?

Nonostante la buona volontà e l'abilità di Lakhdar Brahimi la fine della tragedia siriana sembra ancora lontana.