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I veri stipendi degli ambasciatori
18 febbraio 2014

Gentile direttore,

l’articolo “Stipendi d’Oro agli Ambasciatori, così Roma batte Berlino”  (Secolo XIX del 16 febbraio) presenta dati talmente inesatti da far pensare a una disinformazione. Le cifre indicate non corrispondono alle retribuzioni degli ambasciatori, visto che includono molte spese di funzionamento degli uffici all’estero. Al netto di tali spese, gli stipendi italiani sono inferiori a quelli di ambasciatori stranieri in Italia. Il numero dei diplomatici italiani è di gran lunga inferiore a quello di alti Paesi (Italia 890, Francia 2700, Regno Unito 3300, Germania 1865). Il ministero degli Esteri ha comunque già approntato una proposta di riforma dell’indennità di servizio all’estero, a nostro avviso improcrastinabile nello stesso interesse del personale. La riforma, che sta per essere formalizzata, si basa sul modello del servizio diplomatico dell’UE, scorporando ogni spesa per garantire la massima leggibilità dell’allocazione delle risorse. Se l’autore dell’articolo avesse fatto una verifica alla fonte prima di pubblicarlo, avrebbe rilevato anche che negli ultimi cinque anni il bilancio della Farnesina ha subito una riduzione del 33%, quello del ministero degli Esteri della Grecia del 26%. Purtroppo l’Italia assegna alla politica estera risorse infinitamente minori rispetto a Paesi con cui competiamo: lo 0,24% del bilancio statale contro l’1,78% della Francia, l’1,15% della Germania, lo 0,37% della Spagna, il 2,5% dell’Olanda. La nostra diplomazia è incapace? Per carità, ogni opinione è lecita, ma non è il caso di ricordare quel che l’Italia ha fatto per evitare un intervento militare in Siria con conseguenze devastanti? O l’impegno del nostro Paese nel Mediterraneo, in Libia e in Egitto, o in aree di crisi come l’Afghanistan o l’Iraq, dove manteniamo con sacrificio una presenza di donne e uomini preparati e motivati? O la liberazione di decine di connazionali sequestrati? O il lavoro sistematico a favore delle imprese italiane all’estero? Per i nostri interessi oggi è necessaria un’apertura sul mondo maggiore, non minore. La competizione è a livello mondiale. E per vincere ci vogliono strumenti validi e aggiornati. La diplomazia, con buona pace dell’articolista, è tra questi. Basta sollevare lo sguardo oltre i confini di casa ed essere un po’ più rigorosi nei confronti di (pre)giudizi superficiali e stucchevoli.

Aldo Amati, Capo del Servizio Stampa e Informazione Ministero degli Esteri

 

“Stipendi d’oro, Roma batte Berlino” dice l’articolo e la lunga lettera non confuta quest’affermazione. Gli stipendi dei diplomatici tedeschi sono su internet, quelli italiani (incomprensibili sulla rete) sono stati ricostruiti, come ho scritto nell’articolo, da Roberto Perotti, ordinario di Economia politica alla Bocconi, e, qui aggiungo, coordinatore del gruppo di lavoro sulla spesa pubblica della segreteria di Matteo Renzi. Si tratta comunque di retribuzioni inferiori a quelle reali perché riguardano ambasciatori senza mogli e figli. Le retribuzioni, scrive tra l’altro il dott. Amati, includono “molte spesi di funzionamento degli uffici all’estero”. Peccato che le spese di rappresentanza vengano corrisposte a parte e varino dai 4 mila euro mensili a Pretoria ai 22 mila a Tokyo (servono a coprire i viaggi di lavoro, il leasing per l’auto e la benzina, i domestici, i ricevimenti). Per il resto l’articolo riflette sulla scomparsa del tradizionale ruolo di mediazione tra Stato e Stato per secoli assolto dalla diplomazia. Ed è giusto che qui divergano le opinioni tra un osservatore esterno e un os