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Una generazione in fuga dall’Italia
Viviana Daloiso
Avvenire
08 ottobre 2014

Crisi e disoccupazione “rubano” i giovani al Paese

Il Rapporto Migrantes: “Più partenze che arrivi”

Addio, Italia. La disoccupazione, il precariato, la pensione che non basta più. Ci si guarda intorno e si decide di andar via. E’ successo la bellezza di 94.126 volte nel 2013: 94mila italiani che non ci sono più. Una città come Udine, o La Spezia, che si svuota nello spazio di un anno. E che non si riempie con gli arrivi: i lavoratori stranieri che scelgono il nostro Paese sono appena 43mila.

Fotografie della crisi. Le scatta ogni anno il Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Cei Migrantes: 4.482.115 i concittadini attualmente residenti all’estero, con una variazione del 16% in un anno. Rispetto al 2012, insomma, sono partite 15mila persone in più. La classe di età più rappresentata è quella dei 18-34 anni (36,2%). A seguire quella dei 35-49 anni (26,8%), a riprova di quanto evidentemente la recessione economica e la disoccupazione siano le effettive cause che spingono a partire. L’identikit del nuovo immigrato? Scordate valigie di cartone e disperazione. All’estero va chi ha un titolo di studio e cerca lavoro qualificato. La strada si prepara con colloqui via skype e iscrizioni online. E se è vero che gli uomini rappresentano sempre più della metà dei “fuggitivi” (il 56,3%), vero è anche che 4 emigrati su 10 sono donne, che non temono la prospettiva di andarsene da casa (ance se sole).

I dati del rapporto – elaborati su quelli dell’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero del ministero dell’Interno cui è obbligatorio iscriversi quando si trasferisce la residenza all’estero per un periodo superiore ai 12 mesi – dicono che si parte soprattutto dalla Lombardia: la regione più ricca d’Italia deve fare i conti con un’emorragia di 16.418 partenze, seguita dal Veneto (8.743) e dal Lazio (8.211). Tra le mete preferite è poi l’Europa a farla da padrona: il Regno Unito, con 12.933 nuovi iscritti all’Aire all’inizio del 2014, è il primo Paese verso cui si sono diretti i recenti migranti italiani, con una crescita del 71,5% rispetto all’anno precedente. Seguono la Germania (11.731, +11,5%), la Svizzera (10.300, +15,7%) e la Francia (8.402, +19,0%).

“Alla mobilità dobbiamo accostarci con umiltà – ha spiegato Francesco Montenegro, presidente di Migrantes, ricordando che ala migrazione volontaria degli italiani si contrappone quella drammatica nel Mediterraneo –. Non servono solo le statistiche e gli studi. Viene chiesto di fare un salto di qualità: il passaggio, cioè, dalla riflessione alla pratica perché ciò che è veramente importante oggi  dare giusti strumenti di lavoro agli operatori, a chi lavora con i migranti, accanto a loro, fianco a fianco. Non lasciare soo chi opera nel’accoglienza i Italia e in ciascun Paese dove il migrante arriva”. Un richiamo accolto dal sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, che ha sottolineato l’emergenza dei numeri snocciolati dal rapporto: “I nostri ragazzi si spostano perché il mondo è cambiato, ma è anche vero che l’Italia deve diventare per loro più attrattiva”. Un appello alla situazione degli italiani all’estero, in particolare degli anziani (che rappresentano un quarto degli emigrati) è stato invece lanciato dal direttore di Migrantes, monsignor Giancarlo Perego: “Bisogna lavorare per ristabilire un rapporto fiduciario tra i migranti italiani di antica e nuova migrazione e le istituzioni. Un legame che deve non solo basarsi su sentimentalismo, nostalgia e identità, ma che deve trovare concretezza nel riconoscimento della risorse che il migrante è per il paese da cui è partito”. Il riferimento è ai tagli economici e alle riorganizzazioni, che hanno comportato la riduzione del personale e degli uffici presenti fuori confine.