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Se si toglie la dignità ai dipendenti pubblici
10 ottobre 2014

L'esigenza di razionalizzare, qualificare e semplificare la pubblica amministrazione è reale. Ma essa è un insieme di servizi per i cittadini, specie i più deboli: dipingerla come un covo di ladri è sbagliato. E pericoloso

Caro direttore,

la pubblica amministrazione sta morendo.

E ne pagheranno le conseguenze i deboli, i privi di tutela, in una parola coloro che non hanno santi in Paradiso.

Perché l'amministrazione non è una dispensatrice di stipendi ai suoi inutili dipendenti, ma un insieme di funzioni e servizi per i cittadini, e soprattutto per coloro che non possono permettersi di rivolgersi o di comprare i servizi altrove.

Basta, quindi, con una rappresentazione della realtà negata dai numeri, e dunque sostanzialmente falsa.

A parità di popolazione, la Gran Bretagna ha oltre 5 milioni di dipendenti pubblici, l'Italia poco sopra i tre. I nostri dipendenti risultano i più anziani in Europa (oltre il 50% ha più di 50 anni), e la media è alta perché non vi sono nuovi assunti ai quali i già occupati possano trasmettere competenze e buone prassi — in una parola insegnare il mestiere.

L'amministrazione centrale dello Stato è al collasso e sempre più spesso si fonda sul senso di responsabilità di singoli. Nei ministeri vi è stato un progressivo prosciugamento: i ministeriali sono circa 160 mila (erano 274 mila nel 2000), e oggi scarseggiano il personale e le competenze tecniche indispensabili, i mezzi e le risorse finanziarie.

Al contempo, è crollata la spesa per investimenti, che nel 2013 era pari, per l'intero settore pubblico, al 2,7% del Prodotto interno lordo.

Stiamo distruggendo l'amministrazione pubblica. Forse non è un disegno consapevole, certo non è un bene. Non per i cittadini e per le imprese, che non ricevono più servizi adeguati o almeno decenti (meno sanità, meno sicurezza, meno gestione infrastrutturale).

Non è un bene per i giovani, perché non si assume, mentre la disoccupazione giovanile — con laurea e senza — aumenta.

I cittadini reclamano più sicurezza, e mancano almeno 20 mila carabinieri e poliziotti. È indispensabile la lotta all'evasione, e mancano i finanzieri. Siamo il Paese con il più grande patrimonio artistico — una grande risorsa anche economica—e sono venti anni che non si assumono storici dell'arte.

Negli uffici pubblici mancano ingegneri, chimici, biologi, medici, infermieri; mancano insegnanti che diano con serenità ad altri la formazione necessaria.

Al tempo stesso i giovani sono disoccupati, e quella minoranza che nonostante tutto trova lavoro, spesso non adeguato al titolo di studio, ha dovuto sottostare a pressioni e ricatti. Vi è il rischio tangibile di diseducare all'etica del concorso, al principio che negli uffici pubblici si accede per merito e non per raccomandazione.

Occorre cambiare mentalità e tendenza, rivitalizzare l'amministrazione senza negare l'esigenza di razionalizzare, di qualificare, di eliminare inutili complessità burocratiche, senza nascondere le negatività esistenti.

Occorre dire basta al messaggio che tutto ciò che è pubblico è inutile e negativo. Occorre restituire la dignità.

Basta con i dipendenti pubblici rappresentati, nel migliore dei casi come scansafatiche, nel peggiore come ladri. Perché non è così, e la mortificazione continua non aiuta.

Alla politica delle assunzioni dettata solo dal puro contenimento della spesa deve sostituirsi una seria programmazione delle esigenze di una amministrazione moderna e tecnicamente qualificata. Concorsi, non assunzioni per raccomandazione. Impiego stabile e qualificato, non precariato intellettuale. Selezione della dirigenza con criteri concorsuali oggettivi e di merito, non come premio di fedeltà servili.

Serve anche un'amministrazione professionale e rispettata perché il Paese possa uscire dalla sua crisi.

 

Oberdan Forlenza: Consigliere di Stato, Segretario generale della Giustizia Amministrativa