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Quando rassicurò la Merkel sulla tenuta italiana
15 gennaio 2015

«Ambasciatore, io sono al limite». Eravamo sulla scaletta dell'aereo, in una mattina di maggio del 2011, a Ciampino, in partenza per Varsavia. Ci attendeva la riunione dei Presidenti Centro-Europei e Balcanici, cui partecipava, in via eccezionale, il Presidente degli Stati Uniti. Poche ore dopo il Presidente Napolitano sarebbe intervenuto al dibattito con la consueta lucidità e lungimiranza. Sui giornali sarebbe apparsa la stretta di mano con Barack Obama, sprizzante calore e simpatia. Quel viaggio a Varsavia non era in programma. Eravamo appena tornati da Gerusalemme. Aspettavamo l'arrivo a Roma di 88 Capi di Stato, di governo, ministri per le celebrazioni del 150 Anniversario. Ma il Presidente polacco, Komorowski, ci aveva fatto sapere di tenere particolarmente ad avere il Presidente Napolitano a Varsavia; lo stesso messaggio era giunto da parte americana. Lo avevo detto al Presidente, sottintendendo: «non può non andare, Signor Presidente». Ne aveva, suo malgrado, convenuto. Risparmiarsi non faceva parte del lessico presidenziale. In 35 mesi al suo fianco ho accompagnato il Presidente Napolitano in tutte le principali capitali europee, a Pechino e Hong Kong, a Washington, alle Nazioni Unite, a Tunisi e Amman. Per Giorgio Napolitano si aprivano tutte le porte: delle cancellerie, dei Parlamenti, dei Palazzi regali, delle università. Non c'era interlocutore non desideroso d'incontrarlo, ben sapendo che la conversazione non avrebbe girato intorno a posizioni scontate. Ricordo la drammatica partenza per Londra per l'inaugurazione delle Olimpiadi del 2012, in un torrido pomeriggio di luglio; il Presidente aveva appena appreso che Loris D'Ambrosio, Consigliere Giuridico, era stato stroncato da un infarto. Pur con la morte nel cuore, non volle tirarsi indietro. Altri viaggi, come la visita di Stato in Germania del febbraio 2013, si presentavano difficili a causa del retroscena italiano. Lasciammo Roma all'indomani delle elezioni, con la cappa dell'incertezza sul futuro corso politico dell'Italia. A Berlino, in un colloquio magistrale per equilibrio e fermezza, il Presidente spiegò il risultato del voto alla Signora Merkel e la rassicurò sulla tenuta nazionale e sulla continuità della nostra politica estera e europea. Il più delle volte, le partenze da Ciampino avvenivano in un clima quasi brioso, pieno di attesa e curiosità, alimentato dall'incessante e incisivo interesse del Presidente per la situazione internazionale. Spesso mi attendeva, in volo, accovacciato sullo strapuntino della cabina presidenziale, la limatura minuziosa dei discorsi specie se impegnativi come quelli alle Nazioni Unite o all'Assemblea Nazionale francese. Era un esercizio di «grande stimolo intellettuale», mi confessò il Presidente mentre atterravamo a Ginevra per un suo intervento al Consiglio dei Diritti Umani. Un esercizio faticoso, su testi sui quali la mia «squadra» aveva lavorato per giorni e settimane. Ma ne valeva la pena. La nostra soddisfazione era enorme quando poi vedevamo il Presidente conquistare gli ascoltatori. Ieri, l'Ambasciatore polacco, Wojchiech Ponikiewski, mi ha detto: «In quattro anni ho visto succedersi quattro Presidenti del Consiglio. In un'Italia in continuo cambiamento, Napolitano è stato il garante della politica estera. Mancherà a voi, ma mancherà a tutti noi in Europa». Sarà un vuoto difficile da colmare.

*Consigliere Diplomatico del Presidente Napolitano dal 1° ottobre 2010 al 1° luglio 2013 ***