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La lingua duole
16 maggio 2015

Chiudiamo scuole e lettorati all’estero. L’italiano è parlato da pochi e serve sempre meno. Ma ha una virtù: continua a essere amato

La notizia non è very bella: da settembre perderemo altri 57 lettorati di italiano nelle università straniere e con loro circa 22 mila dei 69 mila studenti che seguono i loro corsi. A fine 2015, il contingente degli insegnanti d’italiano all’estero sul libro paga dello stato risulterà decurtato di quasi il 50 per cento: dai circa mille del 2010 si scende a 612 unità, realizzando l’obiettivo della spending review con due anni di anticipo. Un taglio netto: le indennità di servizio all’estero costano.

All’apice della piramide della lingua di cultura, l’italiano perde posizioni. In “Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale”, un libro agile e tagliente da poco pubblicato dal Mulino a firma di un linguista di lungo corso come Gian Luigi Beccaria e dello storico Andrea Graziosi, vice presidente dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, si legge che la comunità scientifica del nostro paese ormai pubblica prevalentemente in inglese almeno nell’area delle scienze dure. E mentre comincia a essere significativa la quota anche nelle scienze umane e sociali, l’italiano domina ancora nettamente la sola area della scienze giuridiche. Presto si potrà Nell’area delle scienze dure, nel nostro paese si pubblica ormai in prevalenza in inglese. La lingua madre domina solo gli studi giuridici studiare l’Italia anche senza conoscere l’italiano. In un paese dove le nascite sono in picchiata e dove ai livelli alti della scuola, dell’università e della ricerca sempre di più si usa l’inglese, val la pena di chiedersi: l’italiano diventerà il dialetto musicale di una regione del sud dell’Europa, depositaria di un grande passato?

In Europa, la nostra è lingua madre per il 16 per cento dei cittadini e seconda lingua per il 2 per cento. Nel mondo, il gruppo degli italofoni nativi occupa il ventiduesimo posto, un po’ al di sotto del vietnamita, appena al di sopra del punjabi, ma si stima che nel giro di qualche decennio scenderemo in ragione del calo demografico al quarantesimo posto. Attorno a questo nocciolo duro c’è però un’aura, una “corona” costituita dalla diaspora italica, la più grande dopo quella cinese. Stando ai numeri, dati a fine 2014 dal sottosegretario agli Esteri Mario Giro agli Stati generali della lingua: quattro milioni e mezzo di italiani all’estero, 80 milioni di discendenti degli emigranti, 250 milioni – e questo sembra un numero davvero imponderabile – coloro che si riconoscono nella nostra cultura. In estrema sintesi: il numero dei parlanti di madre lingua si restringe sempre di più, ma c’è un’area di marketing internazionale molto interessante. In termini di utilità, l’italiano serve a pochi – a migranti che si stabiliscono qui e, ai livelli alti, a quelli che studiano la pittura su tavola con la tempera a uovo. Però è amato da tantissimi, è la lingua dei sogni.

Lo dice la nostra posizione nella classifica preferenziale del mercato delle lingue dove l’italiano è la prima lingua tra le terze scelte, la seconda tra le seconde scelte, la quarta tra le prime scelte. E dove in testa – ovviamente – c’è l’inglese. Un ottimo posto per un idioma che si parla solo da noi e nel Canton Ticino: un abitante del pianeta che voglia studiare altre lingue oltre alla propria, mette al primo posto l’inglese, al secondo il francese, al terzo l’italiano. Idioma preferito a lingue più diffuse e utili, come lo spagnolo e il portoghese o il cinese e l’arabo, perché in definitiva l’italiano è più sexy: nell’immaginario globale è ancora la lingua della bellezza, della musica, dell’arte, della moda, del design, della buona cucina… L’italiano è una scelta “di simpatia”, come dice il neo presidente della Società Dante Alighieri, Andrea Riccardi.

Calcolare quanti studiano effettivamente l’italiano per amore o per forza non è semplicissimo. Secondo i dati forniti agli Stati generali della lingua, gli studenti dei corsi di italiano all’estero (scuole, università, lettorati, istituti di cultura, Dante Alighieri, corsi promossi dalla Direzione generale per gli italiani all’estero) nel 2013 erano circa un milione e mezzo. Dentro questa stima, mancano però le scuole private e commerciali, le università straniere che non prendono contributi dall’Italia, gli studenti che vengono a studiare direttamente qui, e i migranti che l’italiano devono saperlo almeno un po’ per avere il permesso di soggiorno (150 mila quelli dei corsi nei Centri territoriali per l’educazione degli adulti e – sappiamo – più o meno altrettanti in quelli gestiti dal volontariato). Mettendo insieme tutti i segmenti, non è azzardato dire che la domanda di italiano riguardi, in modi e a livelli assai diversi, almeno due milioni di stranieri. Ha un senso prendersene cura perché la globalizzazione pone a tutti in modo prepotente e inedito la questione della lingua, e sarebbe imperdonabile perdere il treno.

Nel suo saggio, Andrea Graziosi dice chiaramente che è cambiato lo status della nostra, ma anche quello di altre lingue: basti pensare che ancora prima della Seconda guerra mondiale le opere intellettuali in inglese erano 24 mila, 23 mila quelle in tedesco, 10 mila quelle in francese e in italiano. Oggi la situazione è totalmente diversa perché l’inglese non è più la lingua nazionale di un numero considerevole di paesi, è l’idioma del “sopramondo”. Cioè “la lingua di cultura naturale di élite internazionali economiche, politiche e scientifiche, e al tempo stesso la lingua veicolare di massa della cultura e del turismo popolari”. Nonché quella per viaggiare in rete.

Gli anglofoni di lingua madre sono 350 milioni di persone, e più di un miliardo di umani sa parlare inglese, incluso il 47 per cento degli europei. Un dato di fatto che ha modificato radicalmente la posizione di tutti gli altri idiomi, incluso l’italiano. Per capire quanto pesi il riposizionamento basterà riportare questa osservazione di Andrea Graziosi: “In molti settori è ormai difficile trovare in italiano anche la letteratura secondaria necessaria all’organizzazione di corsi universitari specialistici”. Insomma, abbiamo la manualistica, “ma chi volesse tenere corsi seminariali su alcuni grandi temi di storia e di cultura cinese o indiana, ma anche americana o latino-americana, o su problemi al centro della ricerca internazionale come la Guerra fredda, la decolonizzazione, i genocidi… sarebbe obbligato a usare materiali in inglese. Cominciamo insomma ad avvertire la mancanza di un corpo aggiornato di letteratura secondaria a un livello medioalto di specializzazione”.

Andrea Graziosi sostiene che bisogna riconcettualizzare la questione della lingua: ma che vuol dire? “Significa prendere atto che si è affermata un’altra lingua veicolare universale e trarne le dovute conseguenze sull’abbassamento di status di tutte le altre: forse per i tedeschi e per i francesi è persino più doloroso… Significa capire che oggi la questione della lingua non è più quella di Manzoni o quella di Gramsci, perché l’italiano non è un problema nazionale ma internazionale: riguarda il rapporto con il resto del mondo. Il bilinguismo è una necessità ineludibile, da assumere pienamente: meglio essere noi a scrivere ricerche sulla pittura di Raffaello o la ricetta originale della carbonara in inglese, anziché farlo fare agli altri. Ma restare italiani significa anche avere una politica chiara per la nostra lingua, valorizzando la sua vocazione di lingua internazionale della cultura, delle arti o della buona cucina”.

Sembra un paradosso ma, forzando un po’ si può dirla così: la cultura italiana smetterà di esistere se di se stessa non saprà parlare in inglese. E non il contrario. Quanto alla lingua parlata da noi, la prognosi del medico, in questo caso lo storico della lingua, è ottimistica. L’Europa è stata più o meno sempre bilingue, scrive Gian Luigi Beccaria: fino al primo Settecento la seconda lingua dei dotti era il latino (nel 1570 il libri stampati in latino erano il 70 per cento), dal Settecento in poi la lingua della cultura e delle relazioni internazionali era il francese, l’italiano aveva avuto dal Cinquecento al Settecento una sua rilevantissima predominanza. Ora tocca all’inglese, ma la lingua veicolare, quella che serve a farsi capire nel mondo, la lingua della tecnologia e della scienza, c’è sempre stata e non ha mai ammazzato nessuno. Semmai, sono in pericolo le lingue scientifiche nazionali perché i lessici di settore sono compilati in inglese e non hanno corrispondenze in altre lingue (basta pensare all’informatica). A spegnersi non è la lingua ma il lessico scientifico italiano, che pure non è poca cosa visto che si tratta di quello di Galileo. Eppure sul bilinguismo come must, anche Beccaria è molto deciso: sposa l’idea dell’inglese come prerequisito per l’accesso all’università e, quanto alla necessità della pratica di massa come nel nord Europa, precisa che altrimenti “nel giro di una generazione, si formerà una nuova specie di proletariato: quello dei non anglofoni”, tagliati fuori dal resto del mondo. Vogliamo metterci lì?

Comunque la si guardi, la questione della lingua è strategica, richiede investimenti: che si tratti di sostenere il bilinguismo degli italiani, di promuovere il marketing dell’italiano nel mondo o di curarne l’apprendimento da parte dei migranti che arrivano qui. Ma tutti sappiamo che gli strumenti a disposizione sono ancora molto, molto poveri. Dei tagli al contingente degli insegnanti d’italiano all’estero si è già detto. Con che cosa li sostituiamo?

La Società Dante Alighieri – più di 400 sedi nel mondo e 196 mila studenti nei corsi certificati di italiano – oggi è una rete di scuole e attività finanziate dalla vendita dei servizi resi per un valore di 21 milioni di euro l’anno. Il contributo dello stato, decurtato dell’84 per cento dal 2011, è ridotto a 600 mila euro. E non faremo paragoni con il British, con il Goethe, con il Cervantes. Ho visto recentemente la sede della Dante Alighieri a Città del Capo, ricostruita nei giro di pochi anni e diretta da Simonetta De Paoli: 350 studenti, dai piccolissimi agli adulti, corsi tenuti nelle scuole superiori sudafricane, dove l’italiano è un insegnamento curricolare; sostegno di conversazioni in lingua per studenti o appassionati di musica, cinema, storia dell’arte; attività culturali in convenzione con il Teatro dell’opera, gettonatissimi corsi di cucina, servizi di consulenza… Tutto, naturalmente, a pagamento: un piccolo business culturale in espansione. Il direttore generale della Dante, Alessandro Masi, conferma che la realtà della Società oggi è questa e parla con convinzione di una domanda crescente di cultura e italiana. “Se noi credessimo davvero nella nostra lingua, sarebbe molto più facile comunicarne l’importanza. Sa perché il marchio della Coca-Cola è diventata quello che è? Perché gli americani ci hanno creduto. E io non ho esitazioni a dire che considero l’Italia come una grande potenza nel campo della cultura, ne ricevo continue conferme ogni volta che apriamo un nuovo comitato, come nei giorni scorsi a Phuket in Thailandia. Poi però bisogna anche investire. Per fare sistema sarebbe già molto importante coordinare tutto quello che c’è, abbiamo le competenze e la volontà, quello che manca è il carburante…”.

Gli studenti che perdiamo, chiudendo scuole e tagliando lettorati, potranno certamente rivolgersi al privato, ma – fa notare giustamente Masi – “perché non creare in loco, nei paesi che stanno restando scoperti, formatori abilitati all’insegnamento dell’italiano per garantire comunque una continuità di sistema?”. Insomma, è importante capire che, senza intervento dello Stato, viene meno il riconoscimento degli studi, indispensabile quando si tratta di ragazzi – per esempio – che si preparano per poi proseguire nei conservatori o nelle accademie italiane.

Se all’estero i tagli all’insegnamento della lingua lasciano spazio all’iniziativa privata, in Italia – nell’attività rivolta ai migranti, che sono un target molto importante per l’italiano – c’è il privato sociale. Dal 1998, il migrante che vuole ottenere il permesso di soggiorno deve sottoscrivere con la stato un accordo di integrazione con l’impegno a imparare la nostra lingua, ad acquisire coscienza e cultura civica, a mandare a scuola i figli. Ma chi si occupa dell’attività formativa, chi la verifica? C’è la rete pubblica dei comitati territoriali per l’educazione degli adulti e poi la nuvola dell’associazionismo, che ormai copre quasi il 50 per cento della domanda e va incontro a esigenze che il pubblico non potrebbe soddisfare: per esempio corsi in orari particolari o in giorni festivi per consentire la frequenza a chi lavora. Per dare un’idea della nuvola basterà dire che solo nel Lazio ci sono almeno cento associazioni di volontariato che fanno questo lavoro e che aderiscono alla rete Scuolemigranti. Questo insieme di pubblico e privato sociale nel Lazio copre un’area che sfiora i trentamila studenti, ma la domanda è sicuramente più grande. “E soprattutto – spiega Paola Toniolo Piva, coordinatrice di Scuolemigranti – diventa sempre più complessa. Per esempio, perché non utilizzare l’anno in cui chi arriva resta bloccato nei centri di accoglienza per l’insegnargli l’italiano? E dalle scuole viene una richiesta di sostegno per la seconda generazione, i figli dei migranti, che non hanno un italiano sufficiente per proseguire gli studi perché non hanno famiglie italofone…”. C’è un italiano di base, per comunicare, e c’è un italiano per studiare: è un problema già sentito, il numero delle parole, lo stesso della scuola di Barbiana. Un problema su cui si gioca parte non indifferente del nostro futuro: quante parole, e cioè quale conoscenza viva della nostra cultura, avrà in tasca chi vivrà qui. Considerato anche il saldo demografico negativo, la questione è decisiva.