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IL TRIBUNALE DEL MARE. LA SENTENZA SUI MARO' SEGNA UN PUNTO A FAVORE DELL'ITALIA
25 agosto 2015

Ma la vittoria è a metà. La Corte di Amburgo sostiene che il nostro Paese ha buone ragioni per chiedere che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre non vengano giudicati in India, però non ha voluto umiliare Delhi con una sconfitta totale

E' in casi come quello dei due marò che si evidenzia l'importanza della politica estera e del peso internazionale di un Paese. La sentenza emessa ieri ad Amburgo dal Tribunale internazionale sulla Legge del mare (Itlos) riconosce che l'Italia ha argomentazioni solide per chiedere, attraverso un arbitrato internazionale, che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre non vengano giudicati in India. Racconta anche, però, che l'Italia può fare di più per affermare il proprio ruolo internazionale: la decisione di lasciare i due fucilieri di Marina nella condizione attuale — in libertà provvisoria, a Delhi il primo e in convalescenza in Italia il secondo — sembra condizionata dal non avere voluto impartire una sconfitta totale all'India, Paese il cui ruolo negli affari internazionali è spesso riconosciuto più di quanto lo sia quello dell'Italia.

La sentenza di ieri non può fare gioire Girone e Latorre. Ciò nonostante, la decisione presa ad Amburgo è più positiva che negativa, dal punto di vista dell'Italia: lo testimoniano il fatto che il giudice indiano all'Itlos, Chandrasekhara Rao, abbia votato contro le decisioni operative prese dal tribunale e le reazioni dei media indiani, molti dei quali parlano di sconfitta di Delhi. L'elemento più importante sta nel fatto che i giudici di Amburgo hanno prescritto alle due parti (ma leggasi India) di sospendere tutti i procedimenti giudiziari in corso e di non iniziarne altri che possano creare pregiudizio all'arbitrato internazionale che dovrà decidere dove si terrà il processo di merito sul caso. Non solo: anche lo status di Girone e Latorre di fatto cambia, in meglio. Parlare, di fronte alla sentenza, di bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, dunque, non è corretto: da ieri il bicchiere è pieno oltre la metà.

Il tribunale di Amburgo ha riconosciuto che tra Italia e India esiste un conflitto sull'interpretazione della Legge del mare. E riconosce la legittimità della scelta italiana di ricorrere alla Corte permanente di arbitrato dell'Aia per decidere quale dei due Paesi abbia il diritto di processare i marò. Nel frattempo, stabilisce che nessuna azione giudiziaria debba essere intrapresa. Queste sono decisioni favorevoli all'Italia: creano uno stato di sospensione nel quale Delhi non potrà né iniziare il processo a Girone e Latorre e nemmeno prendere altre iniziative fino ad arbitrato concluso. Entro un mese, l'Itlos verificherà che le sue decisioni siano state applicate. L'elemento negativo è che il Tribunale non ha riconosciuto l'urgenza di fare tornare Girone e Latorre in Italia in attesa del risultato dell'arbitrato. Anche in questo, però, non è corretto dire che i giudici hanno ribadito lo status quo per i due fucilieri. Perché nei fatti il loro status cambia. Per Girone, viene ora meno il rischio che la libertà provvisoria gli sia revocata: dovrà rimanere a Delhi, domiciliato in ambasciata, ma senza il timore di potere essere arrestato all'improvviso. Non è più «ostaggio». Per Latorre, alla scadenza della licenza di convalescenza, a fine anno, si potrà sostenere che l'India ha ieri perso il diritto di modificare la sua situazione attuale e che quindi potrà rimanere in Italia fino ad arbitrato concluso.

Inoltre, una volta costituita la Corte arbitrale, Roma potrà di nuovo chiedere, come misura provvisoria, che i due marò possano entrambi stare in Italia in attesa della sentenza. Ieri, c'è stata una riunione per la formazione della Corte arbitrale, che sarà composta da cinque giudici, uno nominato dall'Italia, uno dall'India e tre di comune accordo. In un paio di mesi la Corte potrebbe essere convocata. Per arrivare alla sentenza, però, potrebbero poi volerci anche due o tre anni: chiedere, nel frattempo, misure provvisorie di libertà per Girone e Latorre non sarà impensabile, anzi. Un passo avanti è stato fatto, dunque: il team legale italiano ha fatto un buon lavoro. Resta una strada lunga da percorrere. E qui c'è l'aspetto politico. Anche se sul piano giudiziario l'India ha mostrato di avere punti deboli, il suo peso politico le ha evitato l'umiliazione di dovere rinunciare anche alla custodia dei due marò. Quel peso, continuerà a farlo valere. Roma, dunque, vede confermata la strada dell'arbitrato, sulla quel dovrà procedere più determinata che mai, ma farà bene ad accompagnarla con l'iniziativa politica e diplomatica, nei confronti di Delhi e a livello internazionale. A differenza di quanto alcuni hanno spesso sostenuto in questi anni in Italia, l'India non è un Paese che si spaventa alzando la voce e allo stesso tempo non è un nemico. Di fronte a un contenzioso, va affrontata ma anche rispettata e magari ingaggiata in un nuovo dialogo politico. L'ultimo quarto di bicchiere sarà il più difficile da riempire.