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Così abbiamo imparato la diplomazia economica
29 ottobre 2015

Sono al meno tre gli insegnamenti che Expo lascia al business italiano. Il primo — e sicuramente più importante — riguarda il valore della diplomazia economica. Esportiamo molto ma la nostra tradizione imprenditoriale ha tutto sommato connotati garibaldini, sintetizzabili con l’immagine (stereotipata, per carità) del piccolo industriale che si imbarca per l’estero con la mitica valigetta e poco più. Nonostante gli sforzi che si sono fatti negli ultimi anni non disponiamo di una forza diplomatica paragonabile a quella dei nostri concorrenti europei e di conseguenza abbiamo sopperito con la mobilitazione individuale a un certo deficit sistemico. Le colpe vanno assegnate anche a un’opinione pubblica che considera Angela Merkel una statista se aiuta le aziende del suo Paese a entrare in nuovi mercati e che invece bolla come piazzista il nostro premier di turno che mutatis mutandis tenta di fare qualcosa di simile. Expo ci ha insegnato che presentarsi come un grande Paese e saper intessere relazioni è un valore aggiunto incredibile. Fondamentale per tentare di inserirsi da interlocutori ascoltati nelle realtà più dinamiche e recuperare terreno, ad esempio, in Africa. Il secondo insegnamento attiene al tema dell’identità e della narrazione. È giusto lodare il valore della «grande bellezza italiana» ma bisogna stare attenti a non viverla come una sorta di rendita di posizione. Perché non lo è, e non solo a causa dei fenomeni di contraffazione. La vetrina internazionale di Rho ha insegnato alle nostre imprese a rinnovare l’identità, a metterla in sintonia con i tempi, a riflettere sui differenti stili di vita delle genti che abitano il pianeta, a cercare di riempire il fossato che le divide — almeno in termini di comunicazione — dalle nuove generazioni di consumatori. Costruire una narrazione vuol dire questo, usare l’identità come materia prima da trasformare e non come un totem. Il terzo insegnamento riguarda le Pmi. Quelle che sono riuscite ad affacciarsi ad Expo ne hanno tratto grande giovamento sul breve in termini commerciali, sul medio-lungo in termini culturali. Il valore che si devono portar dietro da quest’esperienza è che aprendosi si vince. Ci si mette pienamente in partita, può accadere anche di perdere qualche game ma alla fine il bilancio è positivo.