notizie & comunicati
 
Comunicati e lettere
 
Ritagli di stampa
 
 
Ritagli di stampa  Ritagli di stampa
 

QUANDO GLI AMBASCIATORI NON SONO DI CARRIERA
25 aprile 2016

Sarebbe intenzione di Palazzo Chigi usare il caso Calenda — rappresentante permanente presso l’Ue, malgrado la sollevazione pressoché unanime dei funzionari della Farnesina — come precedente per nominare altri ambasciatori «politici», non di carriera. Non ho risparmiato qualche dispiacere alle istanze corporative della Farnesina quando rientrava nei miei doveri istituzionali. Tuttavia, allora come oggi, ritengo altrettanto giusto opporsi a versioni italiane, più o meno sgangherate, di «spoils system» che consentano un assalto alle nostre ambasciate da parte di interessi politici o di altra natura. Non dimentichiamo che un ambasciatore rappresenta lo Stato presso un altro Stato; e la stessa persona del capo dello Stato. È vero che, dopo la caduta del fascismo, l’Italia fu rappresentata da uomini politici, peraltro di alto livello — Saragat, Carandini, Gallarati Scotti, Brosio sono alcuni esempi — per evidenti ragioni di congruità storica. Per fortuna la nostra Repubblica non è in una situazione paragonabile, con il rischio aggravato che gli eventuali nominati non abbiano quella caratura morale e professionale.

Gian Giacomo Migone Presidente della Commissione Affari esteri del Senato dal 1994 al 2001

 

Caro Migone, L’istituzione di pubblici concorsi per alcune importante funzioni statali (le forze armate, la polizia, la giustizia, la diplomazia) è un passo decisivo lungo la strada che separa lo Stato feudale dallo Stato moderno. Finisce l’era delle corti, delle oligarchie e delle caste. Scompaiono i colonnelli che sono proprietari del loro reggimento e i nobili che pronunciano sentenze nei loro castelli. Scompare anche il conte di Almaviva, indimenticabile personaggio di Beaumarchais e Mozart, ambasciatore a Londra per capriccio reale. I concorsi, almeno nelle intenzioni, sono democratici, scelgono i migliori, garantiscono la competenza professionale di coloro che dovranno impartire giustizia, rappresentare il loro Paese nel mondo, assicurare l’ordine pubblico o combattere per la patria. Anche se molti diplomatici e generali continuarono ad avere un titolo nobiliare, i concorsi annunciavano l’era della democrazia borghese. Ma vi è almeno un rischio: che i vincitori di un pubblico concorso divengano una corporazione e assumano atteggiamenti sindacali. È accaduto nella magistratura, quando l’Anm è diventata un vivaio di famiglie ideologiche e il Csm ha corso il rischio di trasformarsi in una Camera delle corporazioni. È accaduto nelle forze armate e nella polizia quando è stato pericolosamente sfiorato il «diritto di sciopero». Ed è accaduto nella diplomazia quando abbiamo assistito alla pretesa di un diritto di veto sulla nomina di ambasciatori che non provenivano dalla carriera. Un esempio: nel 1976 correvano voci che davano Gianni Agnelli per ambasciatore a Washington. L’Italia era alla prese con il terrorismo e stava attraversando momenti difficili. Agnelli aveva amicizie americane e poteva aprire porte che restano generalmente chiuse per i diplomatici di mestiere. Perché non metterlo alla prova? Se il padrone di una grande azienda vuole diventare ambasciatore, questo significa che la carica è molto ambita. L’intera carriera ne avrebbe tratto vantaggio. Ma lo «spirito di corpo» prevalse su qualsiasi altra considerazione. Ancora una osservazione, caro Migone. Il rapporto di un ambasciatore con il suo governo è fiduciario. È questa la ragione per cui il governo può utilizzare, per alcuni incarichi, persone che non provengono dai concorsi. Se fa un cattivo uso di questa facoltà deve essere criticato e censurato. Ma la norma merita di essere conservata.