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LA NUOVA POLITICA ESTERA DELL'UNIVERSITÀ ITALIANA
di Fabio Rugge *
"Corriere della Sera"
23 gennaio 2017

di Fabio Rugge * Rettore dell'Università di Pavia. Delegato alle Relazioni internazionali della Crui

Debutta oggi a Washington la nuova politica estera dell'università italiana. Esordisce con lo sbarco di 35 atenei presso l'ambasciata italiana nella capitale federale. Lì, ospiti dell'ambasciatore Varricchio, i rettori e i loro delegati, incontreranno decine di omologhi statunitensi. Saranno tre giorni di incontri, accuratamente preparati. La finalità è semplice: candidare il nostro Paese a un partnership più forte con le università americane. Attenzione: i legami con gli Usa nell'ambito della ricerca sono già molto robusti. In quindici anni (2000-2014) gli scienziati italiani hanno prodotto quasi 280.000 articoli in collaborazione con autori stranieri. Il 12,6 % di questi è con studiosi Usa; molti, molti meno con francesi (7,2%) o tedeschi (7,4%).

E' invece nell'ambito della formazione che i numeri sono molto insoddisfacenti. E' vero che nel 2015 l'Italia ha concesso oltre 16.000 visti a universitari statunitensi per venire a studiare in Italia. Sicché risultiamo, dopo il Regno Unito, la destinazione di studio più scelta al mondo dagli studenti Usa. Ma poi, nella stragrande maggioranza, questi ragazzi non seguono corsi di università italiane. Rimangono isolati nelle più o meno dorate residenze di cui gli atenei del loro Paese dispongono qui e là nella Penisola. Così , sempre nel 2015, si sono iscritti negli Stati uniti, ai vari livelli accademici, oltre 5.000 studenti italiani; mentre gli iscritti di cittadinanza americana in Italia sono stati meno di cento.

E' questo il bilancio - o meglio, lo sbilancio - da modificare. La missione è possibile. Abbiamo in Italia picchi di ricerca (e quindi, potenzialmente, di formazione) che gli interlocutori americani rispettano. Conoscono infatti i limiti di quelle classifiche internazionali, così controverse, da cui gli atenei italiani escono sempre con le ossa rotte. Abbiamo ormai un numero elevato di corsi in lingua inglese. Nell'ultimo anno accademico sono stati oltre 900. E molte università italiane sono ormai ben attrezzate per rispondere alle esigenze di una studentesca internazionale. Insomma, i fondamentali ci sono.

Serve una politica integrata di promozione. Ma la buona notizia è che questa politica è ora delineata e farà le sue prime prove nel corso del 2017. Si parte, appunto, da Washington. L'evento è scaturito dalla collaborazione tra la nostra rappresentanza negli Usa e la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui). Ma una task force è al lavoro da qualche mese per implementare una strategia condivisa ed efficace. È guidata congiuntamente dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur, con il capodipartimento, Mancini) e dal ministero degli Affari esteri (Maeci) ed è orchestrata dal direttore generale per la promozione del sistema Paese, De Luca. Presto il documento strategico che la task force ha prodotto sarà presentato in un evento che marcherà una svolta.

Il fatto nuovo che consente la svolta è uno solo. Le forze che prima si muovevano in ordine sparso ora convergono. Sono Miur e Maeci, ma anche il ministero degli Interni (per la politica dei visti), la Crui (che rappresenta tutte le università italiane), Unitalia (l'agenzia che da anni è al servizio dell'internazionalizzazione degli atenei). Pure Confindustria è della partita. L'internazionalizzazione della formazione superiore vuoi dire attrarre talenti verso l'Italia. Vuol dire contribuire a formare i dirigenti di altri Paesi, che dialogheranno più volentieri con il nostro - e con le sue aziende - perché ci conoscono e ci apprezzano. Vuol dire avere a disposizione uno strumento pacifico e discreto di politica estera. Vuol dire offrire al Paese una nuova risorsa economica. Per non citare il solito Regno Unito, parliamo dell'Australia. Lì, nel 2014-15, il numero degli studenti internazionali attratti ha registrato un picco, regalando all'economia del Paese 17.5 miliardi di dollari. Ecco perché l'appuntamento di Washington è importante.