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«Libia, basta tentativi targati Onu». L'ambasciatore: decisivo Haftar
09 febbraio 2017

Per Massolo ora bisogna coinvolgere anche Trump e Putin

Ambasciatore Massolo, in Libia ci sono tre governi che di fatto hanno un controllo di porzioni del territorio e che si delegittimano a vicenda. L'Onu ha fallito?

«Io credo che il tentativo dell'Onu fosse doveroso, ha avuto un suo sviluppo che nelle premesse e nelle modalità era sicuramente corretto, ma a un certo punto questo tentativo di formare un governo di unità nazionale è diventato un tentativo di formare un governo con coloro che erano disponibili a formarlo. Non più un governo di tutti, ma un governo con chi ci stava. Questo lo ha minato alla radice. La comunità internazionale ha tentato di rafforzarlo, ma nei fatti questo non è avvenuto e oggi l'esecutivo Sarraj ha una limitata sovranità in Libia mentre ci sono governi, personaggi, milizie che hanno un controllo reale del territorio. E da questo non si può prescindere».

 Quindi non si può prescindere da Haftar.

«Chiaramente. Haftar è sicuramente un attore che va coinvolto. E per parlare con Haftar non si può non parlare con l'Egitto».

 Che fare quindi per uscire dal cul de sac?

«Lavorare su due piani. Occorre parlare con chi controlla il territorio, ma anche con gli interlocutori estemi alla Libia e che sono in grado di influire su chi è sul terreno. Quindi, da una fase gestita dall'Onu si deve passare a una fase nella quale gli Stati che possono influire devono tornare protagonisti, assumersi delle responsabilità e non nascondersi più dietro un cappello di un tentativo dell'Onu».

 Chi dovrebbe prendere l'iniziativa?

«Un selezionato gruppo di nazioni. Penso a stati come il Qatar e la Turchia che sono più inclini ad appoggiare cause di tipo islamico e Paesi come Egitto ed Emirati che invece sono più inclini ad appoggiare forze laiche. Bisognerebbe poi coinvolgere l'America di Trump e la Russia di Putin, che ha già messo una volta l'Occidente di fronte al fatto compiuto, in Siria. E infine ci sono i maggiori attori europei. Italia ovviamente, ma anche Francia e Gran Bretagna, che hanno in Libia degli interessi e delle presenze. Tutti questi Paesi dovrebbero mettersi attorno a un tavolo e poi lasciare che i libici, tutti i libici, senza interferenze esterne, ma con l'appoggio dei loro sponsor, decidessero l'assetto istituzionale del loro Paese, se stato unitario o federale, e poi la suddivisione dei proventi petroliferi e la messa in sicurezza dei propri confini, a partire da quello meridionale. All'Italia conviene che questo avvenga con molta rapidità, perché solo nel momento nel quale ci saranno delle istituzioni libiche funzionanti si potrà cercare di gestire il flusso dei migranti. Parlare con le autorità libiche è importante, ancora più importante sarà farlo con qualcuno più rappresentativo del governo Sarraj».

 Lei vorrebbe coinvolgere anche la nuova amministrazione americana. Con Trump cosa cambia nel Nordafrica e nel Medio Oriente e più in generale per gli interessi dell'Italia nel Mediterraneo?

«E' presto per dire cosa rappresenti il Mediterraneo per questa amministrazione americana. La precedente aveva scelto di guidare dal sedile posteriore, un metodo che prevedeva l'astensione da interventi diretti e uso della forza in modo circoscritto in funzione antijihadista. Questa politica non si è dimostrata pagante e l'emblema del fallimento di questo metodo è la pax russa in Siria. Nei suoi primi passi l'amministrazione Trump sembra voler sostituire ad una logica di collaborazione una logica di potenza, che tende a far riemergere gli Stati. Credo che l'amministrazione Trump comporterà prima di tutto una responsabilizzazione individuale di ciascun Paese. Molto meno conteranno l'appartenenza all'Ue o alla Nato, e crescerà l'esigenza di assumersi le proprie responsabilità. E questo, per un Paese come l'Italia abituato a fare dell'Ue e della Nato un magnificatore di potenza, non è un fattore di forza».

 Le politiche di Trump potrebbero portare l'Ue a varare una difesa comune europea tra chi ci sta?

«Potrebbero, e io lo spero, avere una funzione di catalizzatore per l'Unione europea. Costringerla a innalzare la propria reattività alle crisi. Caduto grazie alla Brexit l'alibi del 'no' britannico, nel migliore dei mondi possibili la difesa europea comune dovrebbe concretizzarsi per dare stabilità a questo quadrante del mondo. Ma è da vedere se questo accadrà».