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Il caso Ablyazov e la Farnesina
18 luglio 2013

L'inestricabile imbroglio dell'espulsione dall'Italia della signora Shalabayeva e della figlioletta è cominciato alla fine di maggiocon la visita dell'ambasciatore del Kazakhstan al nostro ministero dell'Interno e, sembra, del successivo affannarsi dei diplomatici kazaki presso altre autorità italiane responsabili della sicurezza ed è culminato infine con il rimpatrio per via aerea delle due dopo varie traversie non proprio trasparenti, anzi piuttosto agitate, messe in atto con maniere a dir poco spicce.

L'ambasciatore, si legge nei resoconti della stampa, avrebbe richiesto al Viminale la cattura di un ricercato kazako, Ablyazov, pericoloso e armato, indicandone la residenza romana dove costui non si trovava più, ma dove vivevano componenti della sua famiglia.

I commentatori stranieri e italiani hanno sollevato un putiferio per il modo con cui la faccenda è stata condotta e chiedono che sia fatta luce, i kazaki si trincerano dietro un mandato di cattura internazionale per Ablyazov al quale Londra avrebbe invece concesso lo status di rifugiato politico. Il governo è in imbarazzo, il Viminale e la Farnesina scambiano messaggi che giustificano il proprio ruolo, si assicura che le responsabilità saranno accertate e punite, il mondo politico è in pieno fermento.

Soprattutto nel mondo d'oggi, caratterizzato dalla diffusione dei rapporti tra i governi e dalla loro gestione interministeriale, viene in mente invece un provvidenziale decreto di Napoleone che voleva prevenire casi di confusione o di ingorgo istituzionale che senza dubbio accadevano già. Nel lontano 1808 il decreto imperiale del 25 dicembre (proprio il giorno di Natale!) vietava ai ministri, a parte ovviamente quello competente per gli affari esteri, di corrispondere con agenti diplomatici stranieri. L'articolo 2 del decreto emanava precise disposizioni con cui si proibiva ai ministri di rispondere verbalmente o per iscritto ad alcuna domanda, protesta o questione di piccola o grande importanza, presentata da un agente straniero: la sola risposta consentita era che "dovessero rivolgersi al ministero delle Relazioni esterne".

E' impensabile oggi concentrare sugli Esteri l'enorme e diversificata congerie dei rapporti tra gli Stati, le questioni tecniche o finanziarie che vengono discusse in via bilaterale persino nelle materie di competenza dell'Unione europea, se non altro per preparare i Consigli, ancor più le materie contenziose che sorgono con Paesi terzi, specie se hanno carattere di urgenza. E' logico e pratico per gli ambasciatori trattare le questioni nelle sedi competenti, stabilire le relazioni di lavoro con i ministeri "tecnici" e soprattutto con gli uffici del capo del governo, Palazzo Chigi, l'Eliseo o la Cancelleria. Nelle ambasciate dove ho servito, oltre al ministero degli Esteri, ho spaziato tra la Casa Bianca e il Congresso, il Cremlino e il Comitato Centrale, la Cancelleria federale e la Difesa, l'Adenauer Haus dove sedeva l'opposizione.

Tuttavia, per quel che ne rimane dopo oltre due secoli, l'antico monito imperiale vale ancora perché non è diretto ai diplomatici stranieri, quanto alle autorità nazionali affinché non dimentichino che il coordinamento delle relazioni estere ha un luogo costituzionalmente a ciò deputato dove la visione d'insieme di tutti gli elementi prende forma concreta e, collocato al centro, può orientare le decisioni del governo e prevenire disfunzioni e brutte figure.