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L'identità della Nazione
Ferdinando Salleo
la Repubblica
19 settembre 2013

Come è cambiato il mestiere negli ultimi decenni

 La crisi siriana l'ha mostrato senza equivoci. La diplomazia è tornata al centro delle relazioni internazionali esorcizzando impopolari interventi armati, comunque di incerta attuazione e di imprevedibili conseguenze. Il caso siriano potrebbe fornire anche qualche lezione sulla necessità della diplomazia professionale rispetto all'improvvisazione, sovente emotiva, della politica: come ha scritto Kissinger, una delle conseguenze della fine della guerra fredda è il rischio che la politica estera diventi una succursale delle manovre della politica interna.

Sembra ancora vicino quel mondo di certezze che è invece profondamente cambiato, anche se influenza ancora la mens politica con i suoi dogmi. La guerra fredda aveva ingessato le relazioni internazionali e ricondotto tutto alla centralità prevalentemente politico-militare del rapporto tra le due superpotenze. Il paradigma era l'equilibrio del terrore che governava anche le crisi locali, mentre oggi lo spettro della conflagrazione generale è diventato impensabile. Intanto, nel decennio della prevalenza americana che ha seguito il crollo dell'Urss nuovi protagonisti erano cresciuti e flettevano i muscoli aspirando alla dimensione globale o, almeno, all'egemonia regionale, e tessono oggi reti d'interessi e di complicità, si riuniscono in gruppi ristretti, nei vari "G" o in aree di cooperazione regionale che lasciano trasparire le velleità dei maggiori soci. Agli Stati, sinora unici soggetti della comunità westfaliana, si sono aggiunti poi attori non statuali che interagiscono con gli Stati, ricchi, armati e aggressivi, spesso più potenti della maggior parte dei membri delle Nazioni Unite: movimenti religiosi estremisti, organizzazioni terroriste o criminali, trafficanti d'armi e di uomini, persino i pirati... La sovranità delle nazioni si è affievolita: le frontiere sono diventate porose, le transumanze tendono a mutare le caratteristiche storiche di non poche nazioni, i media eludono la più occhiuta censura. L'interdipendenza è ineluttabile, ma il carattere aleatorio delle intese e l'incertezza delle conseguenze sono un fattore di rischio a cui solo l'esperienza diplomatica sa far fronte.

Cosa significa oggi diplomazia? Dalla rigidità della guerra fredda siamo passati alla gestione di uno scenario mondiale incerto e mutevole, domani sperabilmente alla formazione di un sistema che ritrovi l'antica flessibilità e nel negoziato la chiave della stabilità, dell'equilibrio delle forze: a questo deve mirare una diplomazia seria, indipendente e professionale che abbia esperienza e formazione specifica. L'abilità diplomatica fa la differenza tra le nazioni quando sa inglobare in una visione strategica i fattori geopolitici ed economici, quelli militari che sono sempre più proiezione della potenza piuttosto che effettivo impiego bellico, infine la capacità di una nazione di rappresentare per gli altri popoli un modello desiderabile di società. E' persino ovvio ricordare, tuttavia, che lo sforzo principale che una nazione deve porsi in politica estera riguarda anzitutto se stessa, la propria saldezza domestica e il proprio ruolo: "essere forti e sembrarlo" scriveva cento anni fa Antonino di San Giuliano a Francesco Guicciardini. L'interesse nazionale richiede una diplomazia di presenza attiva e di idee originali, la capacità e l'autorevolezza per farle valere, vigilanza nel contribuire alla formazione di un concerto delle nazioni che condividono un comune sentire, in Europa, anzitutto, e nell'alleanza euro-americana, le scelte storiche della giovane repubblica uscita dalla guerra e ancora centrali al nostro equilibrio geopolitico.