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Quattro anni di diplomazia segreta
di Maurizio Molinari
"La Stampa"
25 novembre 2013

L’accordo di Ginevra è frutto della diplomazia segreta iniziata da Obama nella primavera 2009 e condotta da diplomatici di carriera e in pensione, oppositori iraniani, centri studi di New York, consiglieri della Casa Bianca, lettere a Khamenei, viaggi segreti a Teheran di collaboratori di Ban Ki-moon e i buoni uffici del Sultano dell’Oman, accelerando i contatti da marzo, quando il presidente iraniano era ancora Ahmadinejad.  

A riassumere il capitolo meno noto della diplomazia dell’amministrazione Obama è stato il luogo della Casa Bianca scelto per annunciarne il successo: la State Dining Room, con alle spalle il grande ritratto di Abramo Lincoln. Proprio a Lincoln infatti Obama si riferì nel discorso di insediamento a Washington, il 20 gennaio 2009, ispirandosi alla sua scelta di «cooperare con i nemici» dopo la vittoria nella guerra civile per mandare un messaggio esplicito all’Iran: «Tenderemo la mano, se voi aprirete il pugno».  

Poche settimane dopo quel discorso Obama invia al Leader Supremo Khamenei la prima delle lettere - sarebbero almeno due - per suggerire un dialogo diretto sul nucleare. Le rivolte di piazza in Iran contro la rielezione di Ahmadinejad, nel giugno seguente, raggelano gli sforzi ma oggi sappiamo che «Khamenei vi reagì con grande interesse». È su tale base che, dal 2010, a tessere il dialogo sono tre inviati Usa: William Burns, numero 2 del Dipartimento di Stato, Jacke Sullivan, consigliere per la sicurezza di Joe Biden, e Puneet Talwar, consigliere della Casa Bianca. Lavorano in parallelo, puntando a creare più canali con i collaboratori di Khamenei - da cui dipende il programma nucleare - con il risultato di tessere una rete che sfrutta ogni possibile apertura. L’ex portavoce iraniano sul nucleare Hossein Mousavian, che insegna a Princeton dopo aver lasciato Teheran, diventa l’interlocutore di Susan Rice, oggi consigliere per la sicurezza, suggerendo i nomi degli esperti più vicini a Khamenei ed anche più competenti sulla materia. Ad offrire la piattaforma per gli incontri è il Sultato dell’Oman, Qaboos bin Said al Said, sfruttando il negoziato sulla liberazione di due giovani americani detenuti in Iran per suggerire a Teheran di «discutere anche di altro». Quando si tratta di andare in Iran, per accertarsi che i messaggeri di Khamenei siano credibili, a farlo è Jeffrey Feltman, ex diplomatico Usa a fianco di Ban Ki-moon con i gradi di vicesegretario generale Onu, e ciò consente di creare un canale stabile. Del quale Obama tace al Congresso e soprattutto gli alleati - sauditi e israeliani - più ostili a Teheran. In marzo, quando a Teheran c’è ancora Ahmadinejad, Obama punta su un’accelerazione scommettendo sulla svolta alle presidenziali. Burns, Sullivan e Talwar - veterano dell’amministrazione Bush - in Oman e altrove nel Golfo iniziano a redigere le prima bozze con gli inviati di Khamenei. La vittoria di Hasan Rohanì dà coraggio a Washington e il passo successivo - la telefonata con Obama durante l’Assemblea Generale dell’Onu - ha come mediatori Suzanne DiMaggio, vicepresidente dell’Asia Society, e Valerie Jarrett, la più stretta consigliera di Obama, nata a Shiraz da genitori americani e amica di Michelle. I 15 minuti di conversazione sono la luce verde per puntare a Ginevra ed è solo adesso che Obama informa gli altri leader del Gruppo 5+1, gli israeliani e i sauditi. Ecco perché il negoziato sul contenzioso decennale si è concluso in meno di 20 giorni. Ma non è finita: nei prossimi sei mesi i canali segreti Obama-Khamenei dovranno cementare con «gesti bilaterali» l’applicazione delle intese sul nucleare.